Vista aerea del litorale cabrareseTerra di straordinario coinvolgimento emotivo per la varietà e la bellezza dei suoi paesaggi naturali e antropici e per la ricchezza di testimonianze culturali. Luoghi segnati dal clima, che mostrano ad ogni stagione un aspetto diverso e autentico, in cui è comunque evidente la presenza antropica e i mutamenti che con il trascorrere del tempo ha generato sul territorio. Sono proprio le risorse naturali, della terra e del mare, che rendono questo patrimonio naturale e culturale come unico ed inconfondibile nel contesto mediterraneo occidentale.

L’area archeologica di Tharros, testimonianza della intensa attività dell’uomo del passato, ne è un esempio significativo, come pure il gran numero di siti nuragici e di altri monumenti. Si aggiungono poi gli insediamenti umani più recenti, come la peschiera Pontis e le altre strutture collegate alle attività lavorative e sociali.

È nella primavera che l’area del Sinis offre una straordinaria rappresentazione di colori, di profumi e di suoni quando, rinnovando l’ambiente naturale, interrompe il silenzio che avvolge la Penisola d’inverno. Facile, quindi, assistere a tante ed indimenticabili sorprese che per gran parte dell’anno assicurano un’atmosfera serena e suggestiva, specie in quei luoghi in cui è presente una vegetazione e una flora unica e rara che attira numerose specie animali.

L’ambiente marino è caratterizzato da fondali con un’elevata varietà morfologica che favoriscono la presenza di specie che concorrono a costituire habitat differenti, come le praterie di Posidonia oceanica, le formazioni a precoralligeno e coralligeno e che giocano un ruolo fondamentale nella varietà del paesaggio e dei colori.
Nella piattaforma sommersa antistante la penisola del Sinis, parallelamente alla costa, è si sviluppa una lunga dorsale che collega l’isola di Mal di Ventre, caratterizzata da grandi blocchi granitici e anfratti, allo scoglio del Catalano, con profonde falesie di rocce basaltiche e piccole grotte. Salendo dalla profonda scarpata, verso la costa, arrivando nei bassifondi costieri si individuano antiche linee di spiaggia, corrispondenti alle pause della risalita del livello del mare, avvenuta a partire da circa diciottomila anni fa, le più recenti delle quali sono parallele alla costa di San Giovanni di Sinis.

La posidonia oceanica

Praterie di P. oceanica nell'Area Marina ProtettaGrazie alla presenza di una estesa prateria di P. oceanica, che in alcuni punti è possibile ritrovare quasi emergente e che arriva oltre 40 metri di profondità, l’ecosistema marino si presenta ricco di vita, di comunità di organismi animali e vegetali nelle più svariate forme, dimensioni e colori. La P. oceanica, occupa nell’ecosistema marino un ruolo fondamentale per la complessità delle funzioni che svolge.
Offre ospitalità a molti organismi, che nei differenti stadi della loro vita trovano le condizioni ideali per riprodursi, per crescere e per alimentarsi. Questa pianta marina contribuisce inoltre alla produzione di ossigeno, arrivando a generarne circa 14 litri per metro quadrato attraverso la sintesi clorofilliana che avviene nelle sue foglie.
La sua presenza, in particolare sotto costa, attenua efficacemente gli effetti del moto ondoso, proteggendo il litorale antistante dai fenomeni erosivi che possono innescare incontrollabili processi d’arretramento delle spiagge emerse e di trasporto dei sedimenti. È ormai ampiamente conosciuta l’importanza delle funzioni di protezione della P. oceanica spiaggiata lungo i litorali; attenuando la forza delle onde e trattenendo la sabbia protegge efficacemente gli arenili dai fenomeni di arretramento. La P. oceanica è una specie dai tassi di crescita molto lenti e l’innesco di processi erosivi può avvenire sia a causa della pesca a strascico (peraltro illegale), sia a causa dell’azione delle ancore utilizzate dalle imbarcazioni da diporto: queste pratiche provocano interruzioni nella continuità del manto sulle quali intervengono le correnti asportando sedimento. È quindi importante valutare lo stato di conservazione di questo habitat, indicatore di un buon grado di qualità ambientale e di conservazione. È altresì importante controllare i fattori che ne possono alterare le caratteristiche e le attività che possono far diminuire o alterare i livelli funzionali.
Un esemplare di cernia dorata tra la P. oceanicaCiuffi di P. oceanica presso la secca del Carosello

Il coralligeno

Corallo rosso (Corallium rubrum), nelle profondità della dorsale Mal di Ventre - CatalanoA partire dai 25 metri di profondità, preferenzialmente in zone d’ombra e poco illuminate, restando nei pressi della dorsale “Mal di Ventre – Catalano” possiamo trovare alcune zone rocciose ricoperte da particolari formazioni dovute al concrezionamento di differenti organismi.
Questa biocenosi, comunità di differenti specie che vivono nello stesso luogo, è composta da specie come Lithophyllum byssoides e Lithophyllum incrustans, alghe della famiglia delle Corallinacee, Peyssonnelia coriacea e Peyssonnelia squamaria, della famiglia delle Peyssonelliacee e si trovano facilmente anche il corallo rosso (Corallium rubrum), le margherite di mare (Parazoanthus axinellae) e molte altre.
Numerosi organismi che si trovano in queste zona occupano un ruolo particolare, in quanto sono bio-costruttori. Analogamente a quanto succede nelle più note “barriere coralline” dei mari tropicali, gli organismi che colonizzano questi ambienti “fissano” il calcio nei propri scheletri o in altri organi così da accrescere a loro volta il loro habitat.

Le secche

Basalti colonnari presso la secca del CaroselloIntorno all’Isola di Mal di ventre e allo scoglio del Catalano, a quote di profondità differenti, si trovano piccoli gruppi di secche.
Presentano la stesse caratteristiche litologiche delle terre emerse adiacenti: basalto nella parte a sud della dorsale e granito in quella a nord.
Salgono dal fondo del mare con forme differenti. A sud e ad ovest del Catalano, come isole sommerse accerchiate da spesse cigliate, mentre a nord dello stesso, dicchi dalle caratteristiche formazioni di basalto a fessurazione colonnare.
A nord e a sud dell’Isola di Mal di Ventre, invece, le secche hanno la forma di guglie, più o meno alte ed appuntite, che a volte ricordano l’aspetto di una cattedrale.
Archi e tunnel cingono e decorano spesso queste zone, andando a costituire ambienti ideali per molte specie ittiche e scenari ideali per immersioni ricreative.

Il quarzo

La storia dei granuli di quarzo inizia a Malu Entu, “ cattivo vento”, nome originario dell’Isola di Mal di Ventre. Quest’isola, dall’aspetto pianeggiante modellata dalle sue forme dalla forza del vento e del mare, è la sommità di un vasto affioramento di roccia granitica che, in un tempo lontanissimo, bordava la costa occidentale della Sardegna. È dal disfacimento di queste rocce che si sono originate le candide sabbie delle spiagge del Sinis.
I luoghi dell’erosione e del modellamento dei materiali sono ancora visibili nelle bianche spiagge sommerse di Malu Entu, suggestivo scenario del fondo fatto di granuli di quarzo, inframezzato e impreziosito qua e là dai verdi cespi di Posidonia oceanica, nei fondali rocciosi fatti di blocchi, massi e sassi arrotondati, simili a quelli della costa del Sinis ricchi però dei colori delle lave basaltiche.
L’antica storia dei granuli di quarzo inizia circa 600 milioni di anni fa quando un’enorme trasformazione dei rilievi ha dato origine alla roccia granitica di Mal di Ventre. Dopo il sotterraneo e lento raffreddamento dei materiali, il basamento cristallino dell’isola è emerso dal sottosuolo e da quel momento è iniziato il continuo ed incessante processo di erosione.
Quando i graniti subiscono l’azione degli agenti atmosferici si sfaldano e i primi minerali a separarsi dalla roccia sono quelli più fragili (biotite), seguiti via via da quelli più resistenti (feldspati), fino ad arrivare al quarzo, quello più duro, che continua la sua “storia” quasi inalterato.
In un dato momento del processo erosivo questi cristalli, ormai separati dalla roccia, si sono depositati in sacche sommerse dove l’erosione ha continuato a lavorare sulla loro superficie levigandoli e arrotondandoli…successivamente, il moto ondoso e le correnti li hanno trasportati e depositati sui litorali antistanti.
L’origine dei bianchi granuli di quarzo è perciò il granito del basamento dell’Isola di Mal di Ventre arrotondato da milioni di anni di erosione. Oggi, quello che possiamo osservare sono le sabbie e i granuli che il mare separa e sistema attorno alla battigia delle bianche spiagge del Sinis, come Mari Ermi, Is Arutas e Maimoni.
Arenili sabbiosi formati da granuli di quarzo bianco che caratterizzano la spiaggia di Is Arutas e i litorali della zonaArenili sabbiosi formati da granuli di quarzo bianco che caratterizzano la spiaggia di Is Arutas e i litorali della zona

Vista aerea, lato nord, dell'Isola di Mal di Ventre / Malu Entu (Vento cattivo)L’isola di Mal di Ventre e lo scoglio del Catalano, sono un vero e proprio “santuario della natura”.
Attorno all’Isola di Mal di Ventre, unico residuo di un esteso affioramento granitico che in tempi remotissimi bordava tutta la costa occidentale della Sardegna, sono state delimitate una Zona A – di tutela integrale e una Zona B – di Tutela generale.
Intorno allo scoglio del Catalano, dicco vulcanico originato da un centro di emissione secondaria di lava basaltica, di colore quasi nero, si estende per un raggio di circa 1000 metri e una superficie di circa 320 ha, l’altra delle due Zone A – di tutela integrale dell’Area Marina Protetta.

Mal di Ventre / Malu Entu

L’isola si trova a circa 4 miglia nautiche dalla costa prospiciente “Capo Mannu” (Marina di San Vero Milis), a circa 7 miglia da Porto Suedda (Comune di Cabras) ed a 13 miglia dal porticciolo turistico e da pesca di Torregrande (Comune di Oristano).
L’importanza naturalistica dell’isola deriva dall’essere l’unico affioramento, in questa parte di costa sarda, del basamento granitico sardo d’età paleozoica.
Ha una superficie di circa 85 ettari, una lunghezza massima di 2,5 chilometri e una larghezza di circa 800 metri. L’altezza media è di 18 metri. Con un perimetro di quasi 10 chilometri, è il residuo dello sprofondamento del basamento intrusivo granitico sardo che collega la Nurra, a nord, con il Sulcis, a sud, sub-regioni della Sardegna.
Il mare che la circonda è spesso agitato dal vento di maestrale da cui potrebbe esser derivato il nome sardo “Malu Entu”, poi impropriamente modificato in Mal di Ventre.
La sua costa orientale, rivolta verso la terra ferma, si presenta più sabbiosa, con alcune piccole calette che facilitano l’approdo; la costa occidentale, invece, si presenta relativamente alta e rocciosa e non offre approdi sicuri essendo esposta al vento di maestrale. L’isola, con lo scoglio del Catalano, è un Sito di Interesse Comunitario (SIC ITB030039) in quanto numerose specie di uccelli tra le quali il marangone dal ciuffo (Phalacrocorax aristotelis) e il gabbiano corso (Ichthyaetus audouinii) nidificano regolarmente.
Rare specie vegetali, quali l’endemica Nananthea perpusilla, insieme alla macchia a lentischio e raggruppamenti a tamerici e tife costituiscono il rifugio per una fauna estremamente interessante che comprende aracnidi come la vedova nera mediterranea (Latrodectus tredecimguttatus), insetti, anfibi, rettili (come la testuggine greca – Testudo graeca graeca) e piccoli mammiferi (coniglio selvatico). Le forme sommerse sono dovute all’erosione degli agenti atmosferici quando erano emerse; così guglie, tafoni, massi arrotondati, sono morfologie riconoscibili sott’acqua ed associabili all’azione modellatrice del vento e dell’acqua in ambiente aereo hanno un notevole valore paesaggistico e naturalistico e spesso si alternano alla P. oceanica. A meno di un miglio dall’isola, in direzione sudest, giace adagiato su un fondale di 18 metri il relitto di un vecchio vaporetto, incastonato nella prateria di P. oceanica. Il fondale circostante quasi completamente roccioso, con blocchi e massi arrotondati, singoli o in ammassi, contorna l’isola e nelle piccole cale sabbiose della costa delimita piccole spiagge sottomarine di sabbie quarzose: uno scenario ideale per gli amanti della fotografia subacquea.
Una delle incantevoli spiagge dell'isolaEsemplari di Gabbiano Corso nell'isola di Mal di Ventre

Il Catalano

Posizionato a circa 7 miglia ad ovest di Capo San Marco, ha forma circolare,con diametro di 700 metri e altezza massima di 12 m. Le rocce sommerse che cingono lo scoglio del Catalano sono la testimonianza di una storia geologica sviluppatasi quando il mare non le sommergeva, probabilmente esteso fino al collegamento con le colate omologhe delle zone costiere e ben evidenti a Capo San Marco.
Nella parte rivolta a sud sono presenti numerose secche che in alcuni punti affiorano come scogli.
Nei fondali rocciosi circostanti lo scoglio sono presenti caratteristiche forme dovute all’attività vulcanica come pareti subverticali che si ergono dal fondo, spesso isolati filoni allungati verso nord, basalti colonnari con canaloni, archi, grotte e tunnel. I fondali sono molto vari e perciò attorno allo scoglio numerosi siti d’immersione sono meta di numerosi subacquei.
Anfratti rocciosi si alternano con praterie di P. oceanica: nelle zone meno illuminate esplodono i colori delle margherite di mare, di spugne e crostacei.Il profilo dello scoglio del Catalano visto dal mare
Nei tratti bassi della costa si sono deposte spiagge di sabbia e granuli di quarzo ai quali si deve buona parte della fama del Sinis di Cabras. I tratti alti, le falesie, sovrastano il mare come il naturale belvedere che si affaccia sull’Isola di Mal di Ventre, verso nord, e sullo scoglio del Catalano, verso sud.

Vista aerea del Capo San Marco, la punta estrema meridionale della penisola del Sinis

Mare morto

La porzione settentrionale del Golfo di Oristano è nota come Mare Morto. Il litorale è formato da un cordone sabbioso che, verso l’interno, si intercala con affioramenti di roccia arenaria e con formazioni alluvionali (argille e limi) in cui si incastonano la laguna di Mistras e la parte terminale dello stagno di Cabras.
Una zona sulla quale il confine tra terra e acqua è sempre incerto. Il mare a volte, agitato dallo scirocco e dal libeccio, custodisce fondali sabbiosi, solo a tratti rocciosi.
In questa zona ha inizio l’Area Marina Protetta “Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre” che dopo aver doppiato Capo San Marco e l’antica città di Tharros si addentra nel Mare Mediterraneo sino a comprendere l’Isola di Mal di Ventre e lo scoglio del Catalano e a nord raggiunge Mari Ermi e Portu Suedda.
I fondali antistanti sono essenzialmente sabbiosi ed ampiamente popolati dalla prateria di P. oceanica, nella quale trovano ospitalità numerosi individui di nacchera (Pinna nobilis): un mollusco bivalve che può raggiungere un metro di altezza.
La sua sabbia è più fina rispetto ai litorali esposti al maestrale della penisola del Sinis ed ha un’alta componente biogenica, che deriva cioè da organismi viventi, come per esempio da conchiglie.
Nella zona emersa sono presenti numerosi accumuli di questa pianta marina, chiamati “banquette”, che ricoprono lunghi tratti della spiaggia, limitando su di essa l’azione erosiva esercitata dalle mareggiate; queste rappresentano una forma di protezione della spiaggia dall’erosione.Veduta aerea dell’istmo che conduce al promontorio di Capo San Marco, stretto lembo di terra che divide Mare Morto dal mare vivo.

La Caletta

È una piccola cala ubicata alla base della scogliera di Capo San Marco, esposta verso l’interno del Golfo di Oristano.
Offre un naturale ridosso ai forti venti di maestrale che insistono spesso nel restante tratto costiero.
La piccola spiaggia segna il passaggio dal “mare morto” al “mare vivo”. Essa è caratterizzata da sabbia fina organogena che si spinge, sott’acqua, verso l’antistante limite superiore dell’estesa prateria di P. oceanica. La spiaggia si chiude a sud con un pontile in cemento che fungeva da scalo per le imbarcazioni che trasportavano le bombole di gas acetilene per l’alimentazione del faro posizionato sul capo.
Nel suo piccolo, la cala ha un fascino che deriva anche dall’essere stata l’approdo per pescatori d’aragosta di altri tempi, oltreché dalla vicinanza del sito archeologico di Tharros, dalla Torre Vecchia e da tanti altri segni che l’uomo ha lasciato nell’area circostante.La piccola spiaggia e il molo della Caletta a Capo San Marco (vista aerea)

Capo San Marco

L’estremità meridionale della Penisola del Sinis è dominata da Capo San Marco.
È una falesia a picco sul mare formata da rocce vulcaniche sulle quali si sono deposte, nel corso delle ere geologiche, rocce sedimentarie marnose, arenarie, banchi di calcari di origine organica fossiliferi intercalati, di varia consistenza e potenza, e a contatto con la sovrastante bancata massiva dei “Calcari laminati del Sinis”.
Con un’altezza di oltre 50 metri e uno sviluppo lineare di circa due chilometri e mezzo, l’estremità meridionale della penisola del Sinis testimonia le diverse fasi geologiche che l’hanno generata in una cornice ambientale nella quale l’azione delle forze della natura, in particolare del mare e del vento, sono state, sono tuttora e saranno sempre gli scultori delle queste particolari forme.
Le diverse fasi di formazione delle rocce sono riconoscibili dalle diverse tonalità di colore, rese ancor più evidenti dall’effetto dell’ossidazione e dall’azione del vento. Le tonalità chiare delle rocce arenaceo – marnose e carbonatiche passano bruscamente al colore scuro delle rocce vulcaniche basaltiche.
Sono colori diversi da quelli delle arenarie eoliche, ben cementate, intercalate da diversi livelli di suoli e paleosuoli argillosi di colore rossastro. Nei substrati sedimentari e ricchi di fossili affondano le loro radici numerose piante endemiche e altre tipiche degli ambienti costieri: Limonium tharrosianum, Limonium lausanium, Frankenia laevis, piantaggine, ammofila e altre.
La vegetazione, che qui si trova esposta ai venti carichi di salsedine marina provenienti da ogni direzione, mantiene generalmente altezze non superiori al metro e mezzo.
L’estrema propaggine sud della penisola del Sinis separa il mare aperto, chiamato dalla gente del posto “Mare Vivo”, dal Golfo di Oristano, detto “Mare Morto”.
In questa zona è notevole la disomogeneità tra la costa alta occidentale, in arretramento, con alcuni blocchi franati per scalzamento alla base della falesia ed il versante orientale del capo, che mostra calcareniti fossilifere ed eolianiti a stratificazione incrociata.
Le maggiori variabilità morfologiche del Sinis sono proprio nel settore occidentale di questa falesia dove si rinvengono in zona litorale spiagge sommerse e piattaforme di abrasione caratterizzate dall’accumulo di grossi blocchi in basalto, molto elaborati, conseguenti all’azione della dinamica meteo marina che, agendo sulle pareti carbonatiche sottostanti, innesca un processo erosivo dal solco di battente sulle rocce più facilmente erodibili e favorisce il franamento, per crollo gravitativo, dei livelli sovrastanti più pesanti.
Una posizione geografica che ha favorito l’approdo, la colonizzazione e lo sviluppo di comunità fenice, puniche e romane facendo di Tharros una della località più antiche, importanti e strategiche nelle rotte del Mar Mediterraneo occidentale.Il promontorio di Capo San Marco

San Giovanni di Sinis

Sempre nella zona meridionale della penisola del Sinis, si estende la spiaggia di San Giovanni di Sinis, un arco di litorale di notevole sviluppo e consistenza volumetrica, nel cui retroterra si trova un consistente accumulo di depositi sedimentari costituiti da ampi cordoni dunali di sabbia fina e dune fossili, che si alternano a tratti di costa alta rocciosa.
Il litorale è costituito da sabbie quarzose fini miste a quelle di origine organogena, soprattutto gusci di conchiglie ed organismi marini. Queste mostrano una colorazione più scura rispetto ai litorali più a nord dovuta alla presenza di componenti mineralogiche provenienti dall’alterazione delle rocce vulcaniche (basalti) che caratterizzano la zona.
I fondali antistanti la riva sono in parte rocciosi e sabbiosi, le sabbie sono spesso associate, soprattutto nella spiaggia sommersa, a ghiaie, ciottoli ed altri detriti rocciosi, spesso sono cementate a formare linee di riva sommerse.
Lungo la fascia costiera nel tratto meridionale dell’Area Marina Protetta (in particolare a San Giovanni di Sinis) sono presenti affioramenti sedimentari caratteristici e corrispondono all’evoluzione di una fase di deposizione marina chiamata “tirreniana” durante la quale il livello del mare si collocò a circa 8 metri al di sopra dell’attuale.
Si tratta di un conglomerato poligenico sul quale poggiano arenarie ben cementate ricche di minuscoli frammenti di conchiglie o interi gusci di organismi marini cementati, che testimoniano una fase di emersione del deposito marino e rappresentano un cordone litorale fossile, di circa 125.000 anni fa.
Era il tempo in cui il clima, più caldo e umido di quello attuale, favoriva una fauna marina dalle maggiori dimensioni (detta “senegalese”), in parte ormai assente alle nostre latitudini, ma riscontrabile ancora oggi nell’attuale Senegal.
Nel litorale compreso tra San Giovanni, Tharros, Capo San Marco e Mare Morto, si riconoscono i segni sia della movimentata storia naturale che dell’intensa storia dell’uomo, delle quali il mare è stato il principale protagonista.
La torre spagnola di San Giovanni vista dalla spiaggia dell’istmo

Funtana Meiga

È il nome di un tratto costiero caratterizzato, ormai solo in parte, da un largo ed esteso campo dunale nel quale specie vegetali adattate al substrato mobile si sviluppano fino quasi al mare.
Qui la sabbia, laddove è presente, trae origine prevalentemente da gusci e frammenti di conchiglie (origine organogena).
In alcuni tratti l’arenile si interrompe per l’affioramento di arenarie stratificate che sostituiscono la sabbia anche nel fondale marino antistante. Sempre più a nord, nella località “Abbarossa”, il mare, che incessantemente frange sul litorale, rende evidenti le diverse fasi geologiche che costituiscono l’ossatura della costa: i calcari laminati del Sinis, le arenarie eoliche a stratificazione incrociata e i paleosuoli riconoscibili per il colore rossastro che caratterizzano una bassa falesia in sabbia argillosa e suolo in forte arretramento.
Lungo tutta questa zona sono evidenti fenomeni erosivi legati all’esposizione e, in parte, all’alterazione delle zone di territorio retrostante.Una spiaggetta di Funtana Meiga

Seu

Il promontorio di Seu dà il nome all’omonima oasi naturalistica.
Esso segna la transizione dell’ambiente marino verso quello terrestre. La formazione geologica che lo costituisce è particolare nel suo genere: calcari brecciati ricchi di cavità creano le condizioni per una grande varietà di ambienti con elevati livelli di biodiversità, che si manifesta con forme di vita dagli aspetti e dai colori differenti.
Le grotte, gli anfratti, le alghe incrostanti, le chiazze di P. oceanica presenti su fondali prevalentemente rocciosi sono differenti, per aspetti e distribuzione, a causa della forza del moto ondoso e delle correnti marine.
Man mano che i calcari di Seu emergono, come veri e propri muri, mostrano i segni di come gli organismi viventi, vegetali e animali, riescano a vivere in condizioni estreme e con caratteristiche particolari.
Nei tratti di falesia esposta a maestrale si determinano sui punti di maggiore debolezza della roccia caratteristiche forme di erosione e carsismo litorale; alla base della falesia spesso sono presenti accumuli di materiale di crollo di varie dimensioni, con l’evoluzione delle pareti in cavità, anfratti, grotte, ed archi carsico – litorali, anche sommersi, ancora oggi soggetti all’azione del moto ondoso. Continui spruzzi di acqua salata, vento insistente, temperature elevate, aerosol intenso, scarsità di suolo e distanza dal mare selezionano, verso l’interno, vegetali molto speciali che danno forma a coperture come la vegetazione rupicola, la macchia mediterranea, la gariga , la pseudosteppa agricola e la pineta.
In questo ecosistema, dominato da associazioni vegetali tipiche dell’ambiente mediterraneo, come la palma nana (Chamaerops humilis), trovano ambienti idonei numerose e caratteristiche specie animali appartenenti alle classi degli insetti, dei rettili, dei mammiferi e degli uccelli.Le falesie e la torre del promontorio di Seu viste da Funtana Meiga

Da Maimoni a Su Crastu Biancu

A nord del promontorio di Seu, nei tratti bassi di questa costa si sono deposte bianche spiagge di sabbia quarzosa.
Sono luoghi speciali nei quali si ripropone la sensazione di continuità tra terra e mare, dove vaste e diverse formazioni geologiche, sovrapposte tra loro, generano sfumature e colori che cambiano al variare dell’altezza del sole.
Una costa unica, dove le spiagge di sabbia di quarzo sono sistemi tanto fragili quanto affascinanti.
Un tratto di costa, prevalentemente sabbiosa, con qualche affioramento roccioso che delimita piccole spiagge, caratterizzato in qualche punto da ampi stagni retrodunali che seguono un esteso ed ampio cordone dunale con la tipica successione vegetazionale di spiaggia, come in corrispondenza della spiaggia di Maimoni; il tratto più a nord è chiuso dalla spiaggia di “Su Crastu Biancu”.Vista aerea della vasta spiaggia di Maimoni

Is Arutas

La spiaggia “Is Arutas” ha giustamente fama di insolita bellezza. È forse la spiaggia più nota della costa del Sinis di Cabras e dell’Area Marina Protetta, delimitata a nord da Punta “Su Bardoni” e a sud da Punta “Is Arutas”, entrambe di roccia arenaria.
Di fronte, un mare dai colori forti e luminosi, dalle trasparenze del cristallo dei primi metri della spiaggia sommersa, alle tinte scure dei fondali antistanti ricoperti dalla prateria di P. oceanica, che si alternano a roccia, color ocra, e a sabbia, ancora bianca come la perla.
Fra questi promontori si estende, appunto, l’arenile sabbioso formato dai granuli di quarzo bianco levigati dal mare, prodotti dalla erosione delle rocce granitiche dell’isola di Mal di Ventre e trasportate a valle quando il livello del mare era più basso dell’attuale.
Lo scenario ambientale è completato nella sua bellezza da una cinta di dune di retro spiaggia sulle quali è presente un patrimonio floristico che, pur risentendo dell’intenso calpestio e delle modificazioni antropiche, grazie all’installazione di passerelle e punti di accesso per la protezione della vegetazione della duna, mantiene una qualità ambientale, che nel periodo primaverile si manifesta con fioriture colorite di specie vegetali rare o, comunque, poco diffuse altrove.Vista aerea della spiaggia di Is Arutas caratterizzata dalla sabbia di quarzo

Da Mari Ermi a Portu Suedda

Da questo tratto di litorale in poi avviene il graduale passaggio dalla costa bassa sabbiosa a quella rocciosa, che prosegue e culmina con le falesie di “Su Tingiosu”. Il tratto è caratterizzato dalla sabbia quarzosa, frammista a sabbia fine di origine organica.
A pochi metri dalla battigia, avviene il passaggio fra la spiaggia sommersa e il fondale roccioso.
La spiaggia sommersa è assente nel tratto settentrionale, dove si trovano fondali rocciosi immediatamente adiacenti alla battigia, mentre accumuli di sabbia sono presenti in località Punta “Su Bardoni”, che delimita la spiaggia di “Is Arutas”. Dietro il bianco campo dunale, che si estende da “Mari Ermi”, per circa 2 chilometri, fino a “Porto Suedda”, sono presenti una serie di stagni retrodunali, temporanei, che ospitano in alcuni periodi specie ornitiche di particolare pregio e suggestione, come il Fenicottero rosa (Phoenicopterus roseus).
Su queste spiagge è frequente l’accumulo d grandi quantità di P. oceanica, sotto forma di compatte ed estese “banquette”.
Nei fondali antistanti è presente una spiaggia sommersa che passa gradatamente, verso il largo, da sabbiosa a rocciosa, fino ad infilarsi al di sotto del limite superiore della prateria di P. oceanica, profondità minima a cui si spinge localmente questa pianta marina.Vista aerea della spiaggia di Mari Ermi, la più settentrionale dell’Area Marina Protetta “Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre”, caratterizzata anch’essa dalla presenza di granelli di sabbia di origine granitica e da un ampio stagno retrodunale temporaneo. In alto si intravede la roccia affiorante di “Porto Suedda” (isoletta)

Su Tingiosu

La falesia di Su Tingiosu, per una altezza di circa 25 metri ed una lunghezza di circa 2000 metri, delimita il tratto settentrionale dell’Area Marina Protetta, pur non rientrando nel litorale di sua competenza, collegando il Sinis di Cabras a quello di San Vero Milis. Le bianche scogliere calcaree di “Su Tingiosu”, a picco sul mare, con una particolare stratificazione sub – parallela al livello del mare, fungono da naturale belvedere verso l’isola di Mal di Ventre.
Sono rocce formate intorno a 9 – 10 milioni di anni fa e, da allora, l’azione degli agenti meteo – marini ha lasciato il segno sui livelli più teneri.
Nicchie e fessurazioni, che percorrono lunghi tratti di scogliera e forniscono naturale riparo a specie vegetali e animali adatti alla vita della scogliera, fanno della falesia un habitat tra i più significativi della zona di frontiera tra il mare la terra.
Caratteristica costante è la presenza di alcune piccole “sorgenti” d’acqua dolce che sgorgano nei punti di contatto tra gli strati rocciosi e che scendono lungo la parete verso il mare lasciando profonde incisioni che indicano il loro percorso.
In conseguenza dell’azione delle onde, le pareti rocciose delle falesie origine sono soggette a fenomeni di crollo, di ribaltamento, di scivolamento e di smottamento; di ciò sono prova i depositi di frana o i singoli blocchi di roccia al piede delle scogliere, gli scogli affioranti e i massi sparsi sott’acqua su piattaforme di abrasione marina.
Nella zona di contatto tra la base delle falesie e il mare sono presenti numerose grotte che si sviluppano anche sotto il livello dell’acqua e che testimoniano l’azione della intensa dinamica meteo marina sulla roccia a maggiore erodibilità.
Sott’acqua la costa alta si poggia su estese piattaforme di erosione ed abrasione marina, sede di depositi di frana delle parti sovrastanti emerse. Nelle zone rupicole, la copertura vegetale, secondo una progressione mare-terra, è costituita da un mosaico di habitat che si compenetrano tra loro con specie caratteristiche come il finocchio marino (Crithmum maritimum), la frankenia, la canforata di Montpellier (Camphorosma monspeliaca).
Sono ambienti che offrono rifugio a specie animali come il macaone sardo (Papilio hospiton) e la zigena (Zygaena orana sardoa), tra gli insetti; come il cormorano (Phalacrocorax carbo sinensis), tra gli uccelli, insieme a rettili come la lucertola campestre, la luscengola e il gongilo.La falesia di Su Tingiosu vista dal mare
L’oasi di Seu rappresenta un’area estesa poco meno di 100 ettari, ma caratterizzata da un elevato pregio naturalistico, fortunatamente scampata all’azione dell’uomo che ha invece interessato il territorio circostante. Frequentata e occupata in età nuragica (1500-1000 a.C.), per la posizione strategica nel territorio del Sinis, venne poi utilizzata da Fenici e Cartaginesi per le cave di arenaria presenti a punta Maimoni. Nel 1500 d.C. venne eretta la caratteristica torre di avvistamento spagnola, cd. Torre del Sevo o Turr’e Seu, che da il nome all’omonimo promontorio.

La storia recente vede Seu, dai primi del secolo scorso, proprietà privata e “area di notevole interesse faunistico” (art. 38 comma 1 del Piano Paesaggistico Regionale approvato nel 2006).
Dal punto di vista vegetazionale Seu conta più di 300 specie, quasi tutte spontanee. Alcune, come il pino d’Aleppo (Pinus halepensis), il fico (Ficus carica) e il fico d’India (Opuntia ficus-indica) si considerano introdotte. Tra queste, spicca il pino d’Aleppo, che introdotto a Seu agli inizi del secolo scorso, ha trovato il suo ambiente ideale essendo presente una piccola e rigogliosa pineta.
I differenti habitat dell’oasi di Seu sfumano l’uno nell’altro: dalla macchia mediterranea alle dune marittime, a quelli costieri e della vegetazione alofitica. Arbusti e piccoli alberi sempre verdi, modellati dal vento, costituisco una macchia mediterranea fitta e a volte impenetrabile all’uomo: il nascondiglio perfetto per molti piccoli animali.
Le essenze caratteristiche sono il lentisco (Pistacia lentiscus), il cisto di montpellier (Cistus monspenliensis) o quello rosso (Cistus creticus), la fillirea (Phillyrea angustifolia). Non mancano il rosmarino (Rosmarinus officinalis), specie endemica, l’olivo (Olea europaea), lo smilace (Smilax aspera), la spazzaforno (Thymelaea hirsuta). Da sottolineare la presenza della palma nana (Chamaerops humilis), specie di interesse fitogeografico. Nella parte a nord, dalla spiaggia di Maimoni, anche se con un’estensione limitata, inizia un complesso sistema dunale che evolve in gariga nella parte orientale.
La vegetazione dunale è caratterizzata dalla presenza di specie psammofile con apparati radicali molto sviluppati che si ancorano nella sabbia alla ricerca dell’acqua. Possiamo trovare il giglio di mare (Pancratium maritimum), l’eringio marittimo (Eryngium maritimum), il ravastrello (Cakile maritima) e il poligono marittimo (Polygonum maritimum).
Alcune specie riescono a trattenere la sabbia e consolidare così il retro spiaggia e le dune: la santolina delle spiagge (Otanthus maritimus), alla gramigna della spiagge (Agropyron junceum), l’ammofila arenaria (Ammophila arenaria), la crucianella di mare (Crucianella maritima), il giunco marittimo (Juncus maritimus Lam.), e l’efedra (Efedra distachya), quest’ultima specie di interesse biogeografico.
La zona della gariga presenta l’elicriso (Helichrysum italicum), accompagnato da piccoli arbusti come la lavanda selvatica (Lavandula stoechas) e il rosmarino. In prossimità della costa rocciosa, zona caratterizzata da elevata salinità, mancanza d’acqua, elevate variazioni di temperatura e di vento, troviamo infine la vegetazione rupicola: cespugli di limonium (Limonium tenuifolium), specie endemica, la canforata di montpellier (Camphorosma monspeliaca), la frankenia (Frankenia hirsuta), la piantaggine (Plantago spp.). Altre specie vegetali di particolare interesse sono il Limonium pseudolaetum, presente all’interno degli allegati della Direttiva Habitat, e per la loro importanza biogeografia, Viola arborescens, Coris monspeliensis e Cynomorium coccineum. L’oasi di Seu riveste un ruolo importante a livello naturalistico anche per la presenza di rettili e uccelli. La testuggine comune (Testudo hermanni), testuggine marginata (Testudo marginata) e qualche esemplare di Testudo graeca.
Seu costituisce infine un luogo dove molte specie riescono a trovare un ambiente poco disturbato e ancora intatto, ricco di piccoli invertebrati.Vista aerea dell’oasi di Seu
L’origine degli stagni del Sinis è dovuta all’isolamento di tratti di mare determinato dalla formazione di cordoni sabbiosi, paralleli alla costa: esempio evidente è la laguna di Mistras.
Tutto deriva dal naturale e progressivo riempimento di sedimento che ha modellato il paesaggio di pianura entro il quale si sono evolute le zone umide, cosi come oggi le vediamo.
La loro evoluzione è legata all’accumulo progressivo di detriti e di sedimenti, trasportati dai fiumi verso il mare, e da questo “ricacciati”, per cosi dire, verso la costa.
Sono questi due fenomeni opposti, che nel tempo hanno determinato l’accumulo di detriti e che, progressivamente, sono “cresciuti” in altezza fino a riaffiorare in corrispondenza del punto di equilibrio tra le due opposte forze.
Diversa è invece l’origine degli stagni retrodunali di “Chea Sa Zibba” e “Mari Ermi”, senza alcuna comunicazione diretta col mare, se non nei momenti di burrasca: sono stagni temporanei, soggetti al completo prosciugamento durante la stagione calda e secca, le cui acque provengono dal mare che supera il cordone di sabbia (anche infiltrandosi tra la sabbia) e dal dilavamento da parte delle acque meteoriche del territorio retrostante.
Lo stagno e la laguna di Mistras, sono grandi sistemi di acque in continuo, anche se a volte lento, movimento: masse d’acqua dolci e salate che miscelandosi favoriscono la montata dei pesci nelle lagune, attraverso le bocche di comunicazione con il mare e i canali.
In considerazione dell’elevato valore naturalistico e ambientale, e per le necessità di conservazione tali zone umide costiere sono tutelate da convenzioni internazionali e da differenti livelli normativi.
Sono identificati, infatti, come Siti Ramsar (Zone Umide di Importanza Intenazionale), Siti di Interesse Comunitario, ai sensi della Direttiva Comunitaria 92/43 e Zona di Protezione Speciale, secondo quanto previsto della Direttiva Uccelli 2009/147/CE che sostituisce la precedente Direttiva 79/406/CEE).

Vista aerea del centro urbano di Cabras e del sistema di stagni e lagune

La laguna di Mistras

La laguna di Mistras si estende per circa 600 ettari, è collegata direttamente con il mare da un’unica bocca; e non gode di apporti significativi di acqua dolce, come accade invece per lo stagno di Cabras. Presenta una profondità media di 50 centimetri.
L’effetto della maggior salinità, causata dall’evaporazione, si fa sentire sia sulla vegetazione acquatica, limitata a poche specie, sia sulla vegetazione della praterie umide alofile, adattate cioè alla salinità elevata.
Lo sviluppo di associazioni vegetali assume particolari forme descrivendocinture vegetazionali differenti man mano che ci si allontana dall’acqua a seconda del livello dell’acqua e delle della salinità della stessa.
È facilmente riconoscibile lo scirpeto, dominato dallo scirpo (Scirpoides holoschoenus), piuttosto diffuso nelle fasce dove l’acqua oscilla stagionalmente. Il fragmiteto o canneto è invece un’associazione meno tollerante della salinità dello scirpeto, floristicamente povera e costituita spesso dalla sola canna di palude: è diffusa lungo le rive ove l’acqua dolce ristagna per lungo tempo.
Il limonieto è una associazione dominata e caratterizzata dalle statici o semprevivo, piante dalle caratteristiche ramificazioni molto articolate, le quali si insediano su substrati sabbiosi o argillosi ad elevata salinità e soggetti ad un prolungato prosciugamento.
Il giuncheto, abbastanza diffuso soprattutto ai bordi dei pauis (gli specchi d’acqua) dove forma popolamenti chiusi dominati da Juncus maritimus e poche altre specie come Juncus acutus, diverse specie di salicornia e cressa (Cressa cretica).
Negli ecosistemi di transizione, come gli stagni e le lagune, non è difficile avvistare nelle diverse stagioni soprattutto uccelli, come i cavalieri d’Italia (Himantopus himantopus), le avocette (Recurvirostra avosetta), i combattenti (Philomachus pugnax), i gabbiani rosei (Chroicocephalus genei), i beccapesci (Thalasseus sandvicensis), le sterne comuni (Sterna hirundo) e i fraticelli (Sternula albifrons).
Tra gli altri animali che frequentano le zone umide ricche di canneto vi sono: il tarabusino (Ixobrychus minutus), l’airone rosso (Ardea purpurea) che in autunno si alterna con l’airone cenerino (Ardea cinerea), un ospite invernale, oltre alle onnipresenti garzette (Egretta garzetta) e all’airone bianco maggiore (Ardea alba). Tra i rallidi sono diffusi la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la folaga (Fulica atra) e il pollo sultano (Porphyrio porphyrio).
Tutti animali che approfittano dell’intricata vegetazione per proteggersi dai predatori come il falco di palude (Circus aeruginosus).Vista aerea della laguna di Mistras e degli impianti di pesca, nello sfondo la Penisola del Sinis

LO STAGNO DI CABRAS

Lo stagno principale, quello di Cabras con i suoi 2.200 ettari di superficie che lambisce il paese omonimo, è l’elemento che più di ogni altro si identifica con tutte le manifestazioni di vita, di economia e di cultura del paese stesso. Esso costituisce il 20% di tutto il territorio comunale.
Ha una profondità media di circa un metro e mezzo, superando solo in qualche punto i due metri.
Si suddivide in due bacini, quello maggiore, a monte, e quello minore, a valle. I principali affluenti che portano acqua dolce sono il Rio Mar’e Foghe, a nord, e Rio Tanui, nel bacino minore.
Da quest’ultimo partono i 4 canali che mettono in contatto lo stagno con il Golfo di Oristano, passando attraverso la zona dov’è posizionata la storica peschiera Mar’e Pontis. Le acque dello stagno posso, in caso di piogge o apporti eccessivi, riversarsi nel golfo di Oristano attraverso un ampio canale scolmatore costruito negli anni ‘80.
Il paesaggio vegetale che caratterizza lo stagni di Cabras è dominato da specie erbacee, che si distribuiscono seguendo il gradiente di salinità delle acque.
Le associazioni più comuni, dove l’acqua è meno salata per lunghi periodi, sono costituite dal Fragmiteto, più comunemente conosciuto canneto, in cui domina la conna di palude (Phragmites australis), dal Tifeto formato in prevalenza dalla Typha angustifolia e Typa latifolia.
Nella parte terminale dei corsi d’acqua, decisamente dolci, che sfociano nello stagno si possono trovare le associazioni Potamogeto, con il potamogeto (Potamogeton pectinatus), e le lenticchie d’acqua (Lemna minor e Lemna gibba) e Idrocotileto.
Sono inoltre presenti lo Scirpeto, con la specie scirpo marittimo (Bolboschoenus maritimus), utilizzato storicamente per la costruzione delle coperture delle capanne, lo Spartineto, il Limonieto e il giuncheto.
Come detto in precedenza, la presenza di una ricca vegetazione e di una notevole componente avifaunistica ha determinato il riconoscimento dello Stagno di Cabras, della laguna di Mistras e delle paludi satellite come zona umida di importanza internazionale (Convenzione di Ramsar). La zona infatti è frequentata da molte specie di uccelli, sia come sito di svernamento e sia come area di riproduzione, trovando riparo per i propri nidi tra la fitta vegetazione.
Così è possibile vedere esemplari di germano reale, il raro fistione turco, il tarabusino; muoversi tra i canneti il pollo sultano e la gallinella d’acqua. E ancora, il falco di palude (Circus aeruginosus), le folaghe (Fulica atra) e i tuffetti (Tachybaptus ruficollis), mestoloni (Anas clypeata), alzavole (Anas crecca) e codoni comuni (Anas acuta), morette tabaccate (Moretta fuligula), le volpoche (Tadorna tadorna) e il cormorano (Phalacrocorax carbo sinensis).
A seconda del gradiente di salinità, anche la fauna ittica che si può trovare nello stagno, varia. Nelle acque più dolci della parte settentrionale troviamo la carpa comune (Cyprinus carpio), la gambusia (Gambusia affinis) e la tinca (Tinca tinca), tutti introdotti dalle proprie aree di origine, così come è avvenuto con il pesce gatto (Ameiurus melas).
Nelle acque più salate e di particolare interesse commerciale per la pesca loca, troviamo i mugilidi presenti con diverse specie: il cefalo comune (Mugil cephalus), cefalo calamita (Liza ramada), il muggine bosega (Chelon labrosus), il cefalo dorato (Liza aurata) e il muggine musino (Liza saliens). Troviamo inoltre le spigole (Dicentrarchus labrax), l’anguilla (Anguilla anguilla), l’orata (Sparus auratus) e altre specie.
Come detto in precedenza lo stagno di Cabras ricopre ancora un ruolo fondamentale nella vita quotidiana della zona. Una tradizionale attività di pesca oltre che fonte di sostentamento è diventata ormai un’indiscutibile risorsa culturale, bene identitario di una comunità che ha vissuto e vive nelle rive dello Stagno.Vista aerea dello stagno di Cabras con le paludi satelliti di Pauli ‘e Sali. A margine dello stagno si scorge il centro abitato di Cabras

Mar’e Pauli

Anche se Cabras si identifica principalmente con lo stagno, il ”campionario” di zone umide riserva altre sorprese.
Tra la strada che conduce al paese di Riola e la riva dello stagno, vi è una zona, estesa per più di 300 ettari, che rappresenta il punto di transizione dallo stagno verso il sistema agricolo, attraverso le paludi. È il complesso di Mar’e Pauli, entro il quale si trova Pauli ’e Sali.
La depressione il cui nome, verosimilmente, deriva dal periodico prosciugamento, è alimentata dall’acqua dello stagno di Cabras, dagli apporti meteorici e dalle acque che provengono dal comparto agricolo presente all’intorno, soprattutto nel periodo in cui le risaie circostanti vengono allagate. Incastonato tra la ragnatela di sentieri e le località più caratteristiche delle rive dello stagno di Cabras come ”Punta Collettu”, ”Punta Urachi” e, più a nord in territorio di Nurachi, ”Piscaredda”, Pauli ’e Sali è la più estesa delle paludi temporanee satelliti del comprensorio ad est dello Stagno di Cabras.
Osservando la vegetazione in questo biotopo si possono riconoscere tutte le caratteristiche delle paludi. Essa è formata da piante acquatiche, galleggianti o radicate, dette idrofite; da piante acquatiche facoltative, ovvero da quelle che sopportano periodi “asciutti”, elofite e da quelle che si adattano alla salinità, dette alofite. Le diverse specie associandosi in formazioni caratteristiche definiscono diversi habitat come la vegetazione acquatica, il canneto, le rive, le praterie umide, i canali, oltre alle siepi a cornice dei campi coltivati.
A Pauli ‘e Sali si può osservare una grande quantità di uccelli tipici degli stagni: le anatre. Nei periodi appropriati, sono presenti codoni comuni (Anas acuta), mestoloni (Anas clypeata), fischioni (Anas penelope), moriglioni eurasiatici (Aythya ferina), morette tabaccate (Moretta fuligula) e alzavole (Anas crecca), oltre ad altri uccelli acquatici, che non sono anatre, come i tuffetti (Tachybaptus ruficollis), e le comuni folaghe (Fulica atra). Ma l’importanza internazionale di Pauli e’ sali deriva dalla presenza di diverse specie animali tra quelle comprese nell’Allegato I della Direttiva Uccelli. Esse sono: il tarabusino (Ixobrychus minutus), la nitticora (Nycticorax nycticorax), la sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), la garzetta (Egretta garzetta), l’airone rosso (Ardea purpurea), il fenicottero (Phoenicopterus roseus), il falco di palude (Circus aeruginosus), l’albanella reale (Circus cyaneus), l’albanella minore (Circus pygargus), il pollo sultano (Porphyrio porphyrio), l’avocetta (Recurvirostra avosetta), il piviere dorato (Pluvialis apricaria), il combattente (Philomachus pugnax), il gabbiano roseo (Chroicocephalus genei), il beccapesci (Thalasseus sandvicensis), la sterna comune (Sterna hirundo), il fraticello (Sternula albifrons), il martin pescatore (Alcedo Atthis). L’intero complesso di Mar’e Pauli è stato l’ultima zona di riproduzione del gobbo rugginoso (Oxyura leucocephala), un’anatra dalla coda rigida oggi estinta in Sardegna.
Inoltre sono presenti il rospo Discoglossus sardus, un anfibio endemico, ed Emys orbicularis, la testuggine palustre, segnalati nell’allegato II della Direttiva Habitat.Scorcio dello stagni di Cabras e delle pozze temporanee di Pauli ‘e Sali
Tra la costa e le zone umide si estende un vasto altipiano che, nel punto più alto, raggiunge la quota di circa 90 metri.
Qui, come le tessere di un mosaico, ambiente rurale e ambiente naturale si alternano in modo irregolare. Nella zona di Su Pranu, la parte più meridionale dell’altipiano, le zone agricole occupano i terreni dissodati dai grossi massi basaltici, mentre verso da ampi accumuli sedimentari calcarei. Una costellazione di cumuli di massi basaltici, a volte in buono stato di conservazione, è la traccia della presenza passata delle popolazioni nuragiche, che erigevano i nuraghi, le caratteristiche torri.
Le aree ancora integre, risparmiate dall’espansione agricola, sono occupate da una fitta macchia mediterranea: lentisco (Pistacia lentiscus), cisto (Cistus monspeliensis), mirto (Myrtus communis) ed altri arbusti intercalati da zone destinate al pascolo di greggi e bestiame.
Da qui il panorama è una vista a 360 gradi del territorio della Penisola del Sinis: da nord, in senso orario, Capo Mannu, estremità settentrionale della Penisola, lo Stagno di Sale Porcu, che in estate si prosciuga lasciando spazio ad un’estesa salina, lo stagno di Cabras e le paludi satellite, ricchi di avifauna di particolare valore naturalistico, il paese di Cabras e il piccolo villaggio di San Salvatore.
Tra l’altipiano e lo stagno, e poi oltre, il territorio è quello tipico rurale, destinato all’uso agricolo: a volte per le produzioni di pregio della zona, come quelle del melone e del carciofo, e altre per la coltivazione della vite e dell’ulivo. Continuando si vede poi la laguna di Mistras e il Golfo di Oristano, San Giovanni di Sinis e Capo San Marco. La visuale a occidente abbraccia tutta l’Area Marina Protetta andando oltre allo scoglio del Catalano e all’Isola di Mal di Ventre. Termina verso nord con le falesie di Su Tingiosu.

Su Pranu, vista aerea dell’altipiano. Si nota distintamente la tessitura dei campi coltivati, sul lato sinistro lo stagno di Cabras e sullo sfondo lo stagno di Mistras sul golfo di Oristano

Nell’analisi del tessuto produttivo di Cabras, il settore del turismo, nel quale si rileva una vocazione specifica, rappresenta il comparto con le maggiori potenzialità di sviluppo. Sul fronte dell’offerta turistica, nel territorio del comune di Cabras sono presenti circa 60 strutture ricettive per una dotazione complessiva di circa 700 posti letto. Ad oggi risultano attivi 5 alberghi con una disponibilità di circa 175 posti letto. Un fenomeno interessante e significativo riguarda invece l’espansione della ricettività non alberghiera, in particolare la rapida crescita dei Bed & Breakfast nel territorio comunale. A partire dal 2001 vi è stato un incremento del 70% circa sia nel numero di strutture che nella dotazione di posti letto. Attualmente i B&B presenti nel comune sono 29 ed offrono una dotazione di 180 posti letto. Anche la presenza di numerose strutture agrituristiche è un elemento di interesse, in quanto copre una quota consistente della ricettività del territorio costituendo anche una importante connessione con il settore agricolo e con le attività di ristorazione. Risultano essere presenti a Cabras 18 strutture, con una dotazione di circa 240 posti letto. In un contesto in cui il paradigma del “turismo sostenibile” si configura quale risposta tangibile al rischio di depauperamento ambientale causato da uno sviluppo incontrollato della ricettività, i nuovi modelli di ospitalità quali l’“albergo diffuso”, il “Bed & Breakfast” e le “strutture agrituristiche” sono in grado di rispondere efficacemente alle sfide della sostenibilità ambientale. Essi creano contestualmente nuove forme di “imprenditorialità diffusa”, con una partecipazione rilevante della componente femminile ed hanno quindi ricadute apprezzabili anche sul piano sociale, oltre che su quello strettamente economico.
L’attrattività turistica dell’area di Cabras dovuta alla qualità delle risorse naturali e paesaggistiche esistenti, racchiuse in gran parte nell’Area Marina Protetta del Sinis, ha un potenziale elevatissimo ancora da esprimere.
Il Sinis offre al mercato turistico esercizi ricettivi di tipo alberghiero e extralberghiero. Se i dati sulla ricettività alberghiera non mostrano una crescita, un risultato positivo si evidenzia invece per la componente extralberghiera, con la riscoperta delle strutture all’aria aperta, dell’agriturismo nonché del Bed & breakfast, a vantaggio di quei Comuni apertisi al turismo solo di recente. L’offerta è comunque differenziata e comprende soluzioni economiche o più costose, semplici o più raffinate, tutte, comunque, in linea con la tradizionale ospitalità isolana, fatta di attenzione, cortesia e premura.

La storia dell’insediamento umano nella Penisola del Sinis ha inizio nel Neolitico medio (V millennio a.C.) e si sviluppa con alterne vicende fino ai giorni nostri. I segni di questa millenaria occupazione del territorio si colgono, per le fasi più antiche, grazie soprattutto alle testimonianze archeologiche di particolare evidenza costituite dagli oltre 70 nuraghi disseminati in ogni angolo del Sinis e dai resti monumentali della città di Tharros.
Gli stanziamenti umani più antichi sono stati documentati in modo esemplare e significativo nel sito di Cuccuru is Arrius, posto sulla sponda sudorientale dello stagno di Cabras. L’area archeologica, estesa circa 12 ettari, fu indagata tra il 1976 e il 1980 prima di essere profondamente intaccata dai mezzi meccanici per far posto all’imponente opera del canale scolmatore.
La fase insediativa più antica attestata a Cuccuru is Arrius è rappresentata dalla necropoli ipogeica di cultura Bonuighinu datata al Neolitico medio (V millennio a.C.). Nelle fasi successive, tra il IV e il III millennio a.C., nel sito si insediarono popolazioni di cultura San Ciriaco (Neolitico superiore: IV millennio a.C.), di cultura Ozieri (Neolitico recente: IV-III millennio a.C.) e sub-Ozieri (Eneolitico iniziale: prima metà del III millennio a.C.), formando dei villaggi con strutture abitative parzialmente infossate nel terreno.
Altre testimonianze di età preistorica sono state individuate nel territorio di Cabras nelle località di Conca Illonis e di Is Aruttas. A Conca Illonis, sulla sponda sud-occidentale dello stagno di Cabras, accurate prospezioni di superficie hanno permesso di localizzare dei villaggi ascrivibili sia alle stesse fasi cronologiche e culturali documentate a Cuccuru is Arrius, sia alla cultura Monte Claro (Eneolitico evoluto: 2700-2200 a.C.). A Is Aruttas, lungo la costa occidentale del Sinis, fu indagata da E. Atzeni negli anni ’60 del secolo scorso l’unica domus de janas finora nota nel territorio cabrarese; nella grotticella, scavata in un banco di arenaria e con ingresso frontale, furono rinvenuti resti scheletrici e materiali di corredo tipici della cultura di Ozieri (IV-III millennio a.C.).
Considerando la distribuzione geografica di queste testimonianze, appare evidente il rapporto privilegiato che le popolazioni che si insediarono nel Sinis in età preistorica stabilirono con le aree prossime alle lagune, allo stagno e al mare, cioè agli ambienti naturali da cui esse potevano attingere le risorse fondamentali per la sussistenza.
Al momento appaiono decisamente scarse nel territorio le testimonianze riferibili al Bronzo antico (2200-1700 a.C.); a questo periodo può essere ascritta l’allée couverte (tomba a corridoio di tipo megalitico) individuata a Matta Tramontis, purtroppo recentemente distrutta dai lavori agricoli.
Nei successivi periodi del Bronzo medio (1700-1365 a.C.) e del Bronzo recente (1365-1200 a.C.) il popolamento del Sinis si intensifica, strutturandosi in forma stabile attraverso una fitta rete di nuraghi a tholos, cioè con camera circolare coperta da una volta di sezione ogivale; nel territorio di Cabras se ne contano ben 75, di cui 47 monotorre e 28 complessi, quasi tutti pervenutici in cattivo stato di conservazione. La densità è elevata: un nuraghe ogni kmq. La maggiore concentrazione si registra in rapporto all’altopiano basaltico, ma altrettanto numerosi sono nel bassopiano, a ridosso degli stagni e delle lagune e lungo la costa; nella stessa isola di Mal di Ventre, distante dalla terraferma circa 7 km, fu costruito un nuraghe. Caratteristici della fase nuragica del Bronzo recente sono i “depositi votivi” del nuraghe Sianeddu e del nuraghe Corrighias, composti da numerosi vasi anche di tipo miniaturistico, e allo stesso periodo risale la tomba di giganti individuata nel 1984 in località Sa Gora de Sa Scafa e successivamente distrutta, nel 1987, dai lavori agricoli.
Nel corso del Bronzo finale (fine XII-X sec. a.C.) e della fase iniziale della Prima età del Ferro (IX-prima metà VIII sec. a.C.), il sistema insediativo nuragico subì notevoli modifiche. I nuraghi persero man mano la loro funzione originaria, per cui il popolamento si ridefinì sul territorio strutturandosi quasi esclusivamente in villaggi anche di notevoli dimensioni. Il loro numero è rilevante: secondo le più recenti indagini sono quasi trenta, con strutture murarie talvolta ancora in evidenza. All’età del Bronzo finale risale inoltre il tempio a pozzo di Cuccuru is Arrius, scavato nel 1979 e fortunatamente salvaguardato nell’isolotto risparmiato al centro del canale scolmatore. Un altro tempio a pozzo simile, ma non esplorato, è segnalato in località Sa Gora de sa Scafa. Altri insediamenti di età nuragica, senza nuraghe e distinti dalla presenza di numerosi pozzi, sono stati indagati di recente in località Sa Osa, in prossimità della sponda destra del fiume Tirso. Infine le monumentali statue in pietra rinvenute a Monti Prama, associate a delle tombe a pozzetto datate tra l’VIII ed il VII secolo a.C., possono essere giustamente considerate una eccezionale testimonianza delle fasi conclusive della civiltà nuragica nel Sinis.
L’arrivo dei Fenici, che si data in genere a partire dalla fine dell’VIII sec. a.C., dà avvio ad un mutamento sostanziale nell’assetto del territorio. Le tracce della più antica presenza semitica sono segnalate nella città di Tharros, essenzialmente nelle aree funerarie e nel tofet. Al momento non sono state individuate le strutture dell’abitato arcaico, la cui localizzazione è ancora in discussione. Quanto alle necropoli, sia le ricerche ottocentesche che quelle degli ultimi anni hanno documentato tombe fenicie ad incinerazione con corredi che però non salgono oltre l’ultimo quarto del VII sec. a.C. Quanto al tofet, il tipico santuario cittadino fenicio-punico, caratterizzato dalla deposizione di urne ceramiche contenenti i resti incinerati di bambini morti in tenerissima età, di feti e di piccoli animali (ovicaprini), i materiali più antichi recuperati si riferiscono anch’essi al VII sec. Con l’avvento cartaginese nell’isola, nella seconda metà del VI sec. a.C., aumentano in maniera considerevole le tracce archeologiche sul territorio. Tharros, soprattutto nel corso dei secc. V e IV a.C., assume un aspetto monumentale; la città viene dotata di un circuito difensivo e vengono impiantati diversi templi. Nelle necropoli, accanto alle sepolture a fossa del periodo precedente, vengono scavate nel banco roccioso le tipiche tombe a camera con accesso a corridoio gradinato e sepolture a fossa parallelepipeda con copertura a lastre; sono queste tombe ad aver restituito nell’Ottocento i numerosissimi materiali di corredo, anche preziosi, che attualmente si trovano dispersi in numerosi musei italiani e stranieri.
Il tofet continua ad essere utilizzato ed anzi a questo periodo si riferisce la gran parte delle stele in arenaria, riproducenti spesso l’edicola sacra con all’interno il simulacro della divinità, che si associano alle deposizioni in urna. Ancora sulla collina di Murru Mannu si impianta un quartiere artigianale destinato prevalentemente alla metallurgia del ferro.
Le tracce insediative fenicio-puniche finora segnalate al di fuori della città si datano a partire dal VII sec. a.C. e sono costituite da pochi frammenti ceramici localizzati presso alcuni nuraghi. Nel corso dei secoli successivi, ed in particolare nel IV e III a.C., si verifica una progressiva diffusione nel territorio con una fitta rete di piccoli insediamenti rurali, individuabili dalla presenza in superficie di materiali ceramici; tali villaggi, le cui strutture se ancora conservate si trovano completamente interrate, sono tutti di dimensioni assai modeste, talvolta si situano presso i nuraghi ma più spesso sorgono in aree pianeggianti, particolarmente lungo la riva nord-occidentale della laguna di Mistras e attorno all’altopiano. Tale pressione antropica si spiega agevolmente nel senso di uno sfruttamento capillare del territorio, voluto da Cartagine per garantirsi le risorse agrarie necessarie al mantenimento del suo impero. Le necropoli sono al momento poco note, mentre rimane testimonianza di culti di tipo agrario e salutifero in alcuni luoghi sacri ubicati presso gli stessi villaggi.
Con la conquista romana dell’isola, avvenuta nel 238 a.C., anche il territorio del Sinis comincia a subire quel fenomeno di lenta romanizzazione che si protrae per diversi secoli. Della Tharros di età repubblicana sono rimaste solo alcune tracce, tra cui il cosiddetto tempietto K, sul versante orientale del colle di S. Giovanni, e le strutture difensive in basalto di Murru Mannu. Nella zona rurale si manifesta una fortissima continuità negli schemi insediativi rispetto al periodo precedente, tanto che in tutti i villaggi punici la vita prosegue senza alcuna soluzione fino alla prima età imperiale (I sec. d.C.) e così nei luoghi di culto con manifestazioni del tutto analoghe; può ricordarsi al proposito il sacello individuato a Cuccuru is Arrius presso il tempio a pozzo nuragico, che ha restituito numerose terrecotte di divinità femminili e lucerne.
A partire dal II sec. d.C. si manifesta invece un mutamento radicale che interessa sia il centro urbano che il territorio. Tharros viene dotata di una serie di edifici pubblici, tra cui le tre terme, il castellum aquae, alcuni templi; viene pianificato il quartiere abitativo di Murru Mannu secondo uno schema ortogonale. Il sistema viario interno viene pavimentato con lastre in basalto e viene realizzata la rete fognaria per lo smaltimento a mare delle acque sporche.
Nel territorio scompaiono molti dei piccoli villaggi rurali di età precedente ma se ne sviluppano altri di maggiori dimensioni e in numero minore. Resti monumentali di edifici in laterizi si individuano presso S. Salvatore, dove si conserva parte di un impianto termale noto come Domu ’e Cubas, in prossimità del Nuraghe Angios Corruda e in località S’Arburi Longu.
Con l’età tardo-antica e alto-medievale (IV-VI sec. d.C.) si assiste a Tharros ad un rimaneggiamento delle strutture pubbliche preesistenti, in particolare delle terme, e probabilmente ad una progressiva riduzione dell’area abitativa. Nel territorio si documentano invece alcuni grandi insediamenti, il più esteso dei quali sembra svilupparsi tra la piana di S. Salvatore e le località di S. Giorgio, Sa Rughe Zanda e Sa Pedrera; ad esso deve attribuirsi l’ipogeo di S. Salvatore e l’officina per la fabbricazione di laterizi individuata in località Sa Ferrera.
Per l’età bizantina di grandissima importanza è il sito di S. Giorgio, dove sorgeva una chiesa dedicata al santo, nota ancora nei testi seicenteschi ma andata distrutta in seguito a lavori agricoli recenti. Attorno all’edificio chiesastico si sviluppava un un’area cimiteriale; i numerosi materiali ceramici e in metallo recuperati in superficie sono datati per lo più tra il VI e il VII sec. d.C. Di grandissimo rilievo è un lotto di 78 sigilli in piombo: si tratta di 72 esemplari bizantini (VI-VIII sec. d.C.), pertinenti sia a personaggi di rango civile e militare che ecclesiastici, uno o due del Giudicato di Arborea (XI sec.) e quattro islamici. I sigilli, provenienti in gran parte da una ristretta area a sud della chiesa, dovrebbero appartenere ad un importante archivio bizantino e giudicale.
Con il declino di Tharros e, nell’XI sec., con lo spostamento della sede episcopale e della capitale giudicale a Oristano, il Sinis si spopolò, favorendo lo sviluppo della villa di Cabras, originatasi da una domus di proprietà della famiglia giudicale.

Carta del Sinis con le principali emergenze storico-archeologiche (tratta da “I quaderni a.m.p 02: storia e archeologia”, p. 9)

Le attività economiche della popolazione di Cabras hanno sempre riguardato in via principale la pesca e l’agricoltura.

Nel Sinis: terreni lavorati e vista dell’oasi naturalistica di “Seu”

Enogastronomia

L’alimentazione dell’uomo è legata alla sua storia; alle attività lavorative (agricoltura, pesca, pastorizia) ed al suo modo di vivere. Essa costituisce parte della “cultura” della vita. Ha caratterizzato la storia dei popoli ed è sempre stato un indice per valutarne l’importanza, la civiltà, l’evoluzione.
Cibi, bevande, modi e sistemi per prepararli e per conservarli nel tempo, hanno caratterizzato la storia dell’uomo. Se il nostro sguardo si volge verso i nostri antenati, abitanti attorno all’attuale territorio di Cabras, risulta chiaro che il loro modo di alimentarsi era legato in prevalenza alla pesca, all’agricoltura ed in modo forse maggiore a quello di oggi, alla pastorizia. Il piacere del mangiare legato ai momenti di riposo dal lavoro, ai momenti di festa, il piacere di gustare un ottimo vino, un dolce tipico od un particolare liquore, hanno sempre avuto un significato importante nella storia dell’uomo del Sinis.
I cibi tradizionali del nostro paese, dal pane confezionato una volta con la farina del grano duro, ai muggini lessi, alla mreka, alla bottarga, alla semplice anguilla, alla burrida, ai carciofi, ai pomodori e ai meloni e per ricordare ancora i più poveri, dalle cipolle in agrodolce, ai fagioli e ai ceci e lenticchie, sono tutti cibi tipici di una vita semplice, di un modo di vivere sereno, a volte povero, ma dignitoso.
Pensiamo al modo frenetico della vita di oggi. Nelle grandi città, ma si sta diffondendo anche in quelle piccole, il “mangiare” è strettamente legato all’attività lavorativa. Breve è la interruzione del lavoro per il pranzo di un impiegato, che non fa a tempo a rientrare a casa, perciò consuma un pasto, chiamiamolo così, nell’intervallo del lavoro, presso un bar (adattati oggi allo scopo) o presso un fast-food. Lo stesso nome fast-food che significa “pasto svelto”, da l’idea di come sia venuto meno il magico momento del pranzo a mezzogiorno, generalmente il più importante della giornata. Gli addetti al mondo della ristorazione, hanno il compito meraviglioso di fare dimenticare agli “ospiti” questo mondo affrettato, noi vogliamo un mondo a dimensione umana, dove il momento del pranzo e della cena, siano momenti felici, fatti per degustare ed apprezzare i nostri cibi genuini e per ritrovare anche i momenti di comunità, il piacere di stare assieme a tavola.
Perciò è importante riscoprire i nostri alimenti, valutare al meglio la necessità di produrre sano e bene, e soprattutto la valorizzazione dei prodotti cosiddetti “a rischio”, che tendono cioè a scomparire, i cosiddetti prodotti di “nicchia” (pensate alla bottarga, alla mreka, a su pisci affumau, eccetera).
Lo scopo di questo nostro percorso è proprio questo: conoscere i nostri alimenti, i modi per prepararli e chi li produce, apprezzando e valutando di conseguenza, chi mette a disposizione del consumatore prodotti di qualità. Conoscere la nostra storia dell’alimentazione, facendo tesoro anche delle conoscenze che ci provengono da lontano, forse anche da un mondo che oggi non c’è più, per riproporre usi, modi e costumi anche nel mangiare ma che hanno caratterizzato la nostra civiltà.
Ecco il nostro compito principale: dobbiamo essere capaci di proporre, con ottima conoscenza, “ospitalità” (intesa nel senso più ampio della parola) a chi ce la chiede. Dobbiamo essere capaci di conquistare “il turista” “ospite” per antica tradizione sarda, con una offerta che appaghi la sua richiesta. Noi non dobbiamo partecipare nel modo più assoluto ad alcuna forma di turismo cosiddetto “di rapina”. Noi dobbiamo offrire “il meglio” compatibilmente con la nostra struttura turistica, e chiedere perciò il compenso adeguato. Dobbiamo ricordarci che un turista “perso”, per un nostro comportamento inadeguato, è un turista che non vedremo più, anzi sarà il nostro peggior sponsor.
Bene, diamo allora uno sguardo, mentre compiamo il nostro giro, ai prodotti più importanti del nostro territorio cabrarese; esaminiamo la realtà che ci circonda, vediamo cosa produciamo, chi sono i produttori e quali sono i prodotti che ci propongono.
Prenderemo in considerazione i nostri migliori prodotti: i nostri vini, la nostra vernaccia, l’ottimo olio, l’aceto balsamico, la carne dei nostri agnelli, la nostra frutta, il riso delle nostre zone, il tipico pane, i dolci tipici legati a particolari ricorrenze e feste, i nostri ortaggi ed infine i pesci del nostro stagno, la bottarga, la mreka e “su pisci affumau”, la burrida, ecc. tutte prelibatezze per le quali andiamo famosi.
Vedremo come questi prodotti vengono preparati e presentati (altro fattore di grande importanza) e potremo, per alcuni, con la degustazione, apprezzarne al meglio le caratteristiche organolettiche.
Presentarci bene è importantissimo; bottiglie, etichette, confezioni sono aspetti che si ricordano facilmente e caratterizzano quindi quei prodotti. In questi casi l’aspetto esteriore può essere determinante; perciò stavolta la “forma” può diventare “sostanza”. Si ritiene utile per presentare i prodotti più importanti, nel preparare alcune schede, affrontare in modo un po’ più ampio il problema. Perciò parleremo dell’importanza dell’industria enologica, di quella olearia, del latte e dei prodotti caseari, dell’industria ittica e di altro, con ampi riferimenti ai nostri prodotti locali che sono tipici del nostro territorio e che meritano di essere valorizzati e apprezzati. Sono le nostre risorse; abbiamo una ricchezza potenziale grandissima. Dobbiamo saper proporci, dobbiamo saper offrire, dobbiamo farci valere.

Peschiera Mar’e Pontis. Cattura dei pesci nella “camera della morte”

industria enologica

Prima di passare alla presentazione dei prodotti enologici sarà opportuno fare alcune considerazioni. In questi ultimi anni i problemi riguardanti la produzione, la commercializzazione, l’esportazione, il consumo dei vini ecc. hanno creato non poche preoccupazioni. Se pensiamo all’ultima proposta CEE di applicare una tassa a bottiglia, c’è di che preoccuparsi abbastanza. Già abbiamo dovuto constatare la progressiva diminuzione del consumo pro capite del vino soprattutto nei paesi produttori come Italia e Francia, passando in pochi anni da 120 a 60 litri pro-capite. Ricordiamo brevemente quali cause hanno portato a questa diminuzione:
– riduzione della popolazione rurale e sua urbanizzazione;
– modificazione dei costumi alimentari determinata soprattutto dalla diversa organizzazione del lavoro;
– sviluppo del consumo di bevande alternative dovuto anche a cospicue campagne pubblicitarie;
– informazioni distorsive sul vino sotto il profilo sanitario e della genuinità;
– maggiore propensione del consumatore a spese alternative al vino.
Di contro ad un minor consumo in Italia e Francia, dobbiamo registrare un aumento negli altri paesi CEE: Inghilterra,Germania, Olanda, ecc.
Consumo che sensibilmente aumenta anche negli USA. E’ con interesse che si registra in questi ultimi anni una inversione di tendenza che riguarda l’Italia, la Sardegna in generale e anche la nostra provincia: aumenta di nuovo il consumo procapite del vino. Il consumatore diventa sempre più cosciente ed esigente; comincia a conoscere e ad apprezzare i prodotti di qualità, ne conosce le caratteristiche peculiari ed è disposto a spendere per l’acquisto purché il prodotto risponda sempre alle caratteristiche per le quali è stato apprezzato e scelto. Gli ultimi risultati, anche a livello nazionale, sulla qualità dei vini sardi (Premi in diverse manifestazioni nazionali e internazionali, al Vinitaly di Verona, menzioni, ecc.) dimostra quanto abbiamo detto. E fra i nostri vini il Vernaccia ha il suo posto preminente. Vino antico e di pregio valorizzato appieno con l’introduzione della DOC, primo vino in Sardegna ad ottenerla nel 1971, viene prodotto quasi con amore dai produttori, rispettando le antiche tradizioni apprese dagli avi e conservate nel tempo. Ma sono gli stessi che non si chiudono al nuovo e aprono le loro cantine alle recenti tecnologie,agli studi che ricercatori del CNR conducono sui lieviti floor di questo meraviglioso vino, per conoscere ancor meglio i fenomeni che riguardano i complicati processi di invecchiamento e di caratterizzazione che portano alla formazione di quell’incredibile bouquet del vernaccia.
La vite è stata coltivata in Sardegna fin dai tempi più antichi. Le ultime ricerche hanno individuato semi di vite conservati negli antichi nuraghi. Ma le testimonianze certe risalgono a periodi più recenti. Per quanto riguarda la Vernaccia vediamone in breve la sua storia. Ultime ricerche a “Sa Osa” a Brabau, ritrovati semi di vite risalenti a circa 4 mila anni A.C.
La vernaccia è coltivata nella vasta pianura miocenica del Campidano di Oristano, formata da depositi sabbiosi e argillosi del fiume Tirso nel corso dei millenni, ricchi di humus sui quali la vite ha sempre prosperato. Bennaxi e Gregori sono diversi tipi di terreno di origine alluvionale, più ricco di humus il primo e più recente, più sabbioso e più antico il secondo.
La zona di coltivazione della Vernaccia comprende la parte più a nord del Campidano di Oristano dove si trovano i paesi compresi nella zona DOC e tra questi Cabras, Solarussa, Simaxis, Silì, Siamaggiore, Milis e Baratili San Pietro. La zona era prevalentemente paludosa fino alla regolamentazione del fiume Tirso, con la costruzione della diga sul lago Omodeo e alle bonifiche molto importanti che hanno riguardato la zona di Arborea, con insediamento durante il fascismo di una colonia di coltivatori veneti, che hanno impresso alla agricoltura e zootecnia della zona un nuovo impulso.
La temperatura media della zona dove si coltiva la vernaccia è normalmente intorno ai 9° – 10° nel periodo invernale e 23° – 24° in estate. L’umidità è alta, ma la notevole ventilazione impedisce la formazione di nebbie. Le precipitazioni sono normalmente molto basse; esse si aggirano intorno a valori inferiori ai 500 mm per anno e per ettaro.I venti più comuni sono il maestrale, sempre presente e determinante,freddo, ma quasi sempre utile e lo scirocco, che noi chiamiamo levante,caldo terribilmente caldo, che arriva nella nostra zona dopo aver attraversato l’assolata pianura del Campidano di Cagliari. Non si registrano mai grandi escursioni e per le condizioni elencate, l’ambiente fisico può dirsi rispondente alle esigenze ciclo biologiche della vite.

– Vite e uva Nieddera
– Vite e uva Vernaccia

INDUSTRIA OLEARIA

 

Il patrimonio olivicolo italiano è costituito da circa 1.400.000 Ha con circa 229 milioni di piante e circa 500 cultivar. Come si vede vario, importante e interessante. La regione che produce di più è la Puglia seguita da Calabria e Sicilia. I ¾ dei frantoi sono nelle regioni meridionali italiane e lavorano l’87% del totale, mentre il confezionamento è per il 40% in Toscana, Umbria e Lombardia, mentre nel meridione una parte considerevole dell’olio prodotto è destinato all’autoconsumo o alla vendita sfusa. Per quanto riguarda la Sardegna la produzione media si aggira sugli 80-90 mila quintali di olio, mentre il consumo è di circa il doppio. Importiamo quindi 80-90 mila quintali di olio. Il consumo in Italia è di circa 680 mila tonnellate contro una produzione di circa 150 mila tonnellate inferiore.
Alcune considerazioni sulla qualità dell’olio. È in evoluzione ormai da molti anni un concetto nuovo nella produzione dell’olio. Scomparsi gli arcaici sistemi di raccolta e lavorazione, prevale il concetto che il buon olio nasce nell’oliveto, da ciò deriva la necessità di porre l’attenzione sulle cultivar, sui sistemi di allevamento, sulle cure alle piante e al frutto, nonché al periodo di raccolta, ai metodi, al trasporto, pulizia e tecnica di lavorazione. È ovvio perciò che possedere macchine di tecnologia avanzata ma che lavorino un prodotto scadente non potrà che ottenersi dall’olio di cattiva qualità.

Oliveto nel territorio di Cabras

CENNI STORICI
Territorio antico il nostro, ricco di storia, che ha visto nei secoli la presenza di popoli diversi che hanno lasciato tracce della loro cultura, del loro modo di vivere ed anche del modo di alimentarsi.
La presenza, nel territorio, dei resti di tantissimi nuraghi, di pozzi sacri, etc., testimonia la vita della civiltà nuragica; così come i grandiosi resti della città di Tharros, la Basilica paleocristiana di San Giovanni del V secolo d.C, l’Ipogeo di San Salvatore lo stesso centro di religiosità temporanea testimoniano del passaggio della civiltà Fenicia, Punica, Romana, Bizantina e Cristiana.
Ed è proprio alla presenza nei tempi antichi di queste civiltà che possiamo far risalire anche la preparazione di questo meraviglioso prodotto che vi presentiamo, “la bottarga” il cui nome infatti ha origine araba essendo chiamata in tale lingua “BATTARIHK”, così come il nome di un altro tipico cibo del nostro paese “Sa Mrecca” (muggine cotto in acqua salata) trova il suo nome in arabo “mel-ca-a” che significa appunto “cibo conservato con il sale”.
Una testimonianza del consumo, già anticamente di questo prodotto, la troviamo nel libro della Prof.ssa Pinuccia Simbula “Corsari e pirati nei mari di Sardegna” che racconta di una nave catturata nel Golfo di Torre Grande e nella cui stiva erano conservati bottarga e anguille destinati alla più grande comunità ebraica del Lazio. Questo cibo, infatti, particolarmente ricco di calorie era utilizzato nella cena che precedeva il sabato degli ebrei. Cena che doveva essere fatta senza carne, pura appunto in preparazione della festa. Da ciò il nome del venerdì “Kenapura”.
La storia di Cabras è legata al Giudicato di Arborea e quindi alle varie vicissitudini che la proprietà dello stagno ha subito nel tempo. Perché pesca e agricoltura sono le due grandi attività economiche che hanno caratterizzato nei secoli la vita degli abitanti di Cabras.
E’ del 1074 infatti il primo documento scritto nel quale è menzionato il paese, chiamato allora “ Masones de Capras”. E viene riconfermato il lascito fatto dal Giudice Torbeno alla mamma Nibata per l’intero possesso del paese e dei suoi abitanti.
Nei secoli quindi lo stagno è stata la fonte più importante di ricchezza per i pescatori del paese, la cui storia è appunto legata alle vicissitudini relative alla proprietà di questa laguna. Dai Giudici di Arborea, ai Marchesi di Oristano, per passare poi alla Corona di Aragona. Ed è con Filippo IV di Spagna che nel 1652, avendo bisogno di soldi per le sue avventure belliche, cede in pegno la laguna ai Signori Vivaldi – Pasqua, nobili banchieri genovesi che in seguito, non avendo più ricevuto dalla Corona di Spagna il prestito fatto, vendono nel 1853 al Signor Salvatore Carta e al di lui figlio Giacomo, la Peschiera di Mar’ e Pontis, Pesaria, Rio Maiori e lo Stagno di Santa Giusta.
E fu proprio con la proprietà dei Carta e degli eredi che si istituì un particolare sistema di sfruttamento dello stagno, con una singolare organizzazione nel sistema di pesca, che è durato per più di 120 anni, fino alle rivolte e battaglie dei pescatori che portarono negli anni 60, la Regione Sarda ad acquistare la laguna e cederla in gestione a cooperative di pescatori.
Ebbene è in questa laguna, che comunica con il mare, che si pesca il muggine (cefalo) che da origine a questo cibo prelibato.
La bottarga è infatti costituita dalle uova dei muggini, miliardi di piccolissime uova, racchiuse in due sacche che oggi noi chiamiamo baffe e che ovviamente per i pesci costituiscono il modo per assicurare la specie.
Il periodo nel quale i muggini presentano al meglio le sacche sono i mesi che vanno da luglio a settembre. Ed è in questo periodo che si procede alla eviscerazione. L’esperienza, la tecnica e le capacità personali sono indispensabili per poter effettuare un lavoro tecnicamente perfetto.
Particolare importante nella preparazione della bottarga di Cabras è quella di lasciare attaccata alle baffe una piccola parte del ventre del pesce chiamiamo “biddiu” (ovvero l’ombelico). Ciò diventa segno di tipicità.
Le uova così estratte devono essere opportunamente lavate e private di tutte quelle venuzze o resti di sangue che potrebbero, imputridendo, conferire al prodotto sapore sgradevole.
In funzione della dimensione e del peso le uova vengono quindi sottoposte a salatura, la cui durata è in funzione come detto di peso e dimensioni. Questa operazione è importantissima; da essa dipendono caratteristiche organolettiche e conservabilità.
Successivamente ripulite del sale, le uova vengono sottoposte a pressatura, anche questa variabile in funzione di peso e dimensioni, fino ad assumere una particolare forma piatta, tipica direi della bottarga. Infine, oramai in disuso, tramite un giunco infilato nel “ventre” i “fogli di bottarga” venivano appesi ad asciugare in ambienti idonei, al chiuso, ma spesso anche all’aperto, nelle belle giornate, nel clima caldo e adatto di Cabras.
Solo l’esperienza e la pratica fanno riconoscere il momento in cui la bottarga ha raggiunto le caratteristiche organolettiche migliori. Una bottarga giovane ha un colore chiaro, dorato, ambrato mentre una opportunamente invecchiata ha un colore marron più o meno scuro.
Oggi ovviamente le tecniche di preparazione hanno subito delle modificazioni. Le nuove disposizioni dettate dall’HACCP in materia di igiene durante la lavorazione, assicurano la preparazione di un prodotto tecnicamente perfetto mantenendo intatte le caratteristiche organolettiche (odore, sapore, gusto). Il prossimo riconoscimento del DOP sarà certamente la garanzia certificata di un prodotto di qualità.
La bottarga è un cibo particolarissimo. A chi la degusta per la prima volta può lasciare perplessi, può non piacere, ma se invece piace, riesce poi difficile rinunciarvi!
Una bottarga ottima si presenta morbida, con il velo della sacca intatto e al taglio a fettine oblique deve presentare solo ai margini uno strato sottilissimo più compatto, che da l’idea del lavoro fatto dal sale durante la salagione.
Il sapore è del tutto particolare, forte, unico, non paragonabile, perché più buono, neppure con i migliori caviali. L’olio extra vergine d’oliva con il quale può condirsi ne ammorbidisce il gusto forte e ne esalta al meglio il sapore. Ottima con verdure come carciofi e sedani. Grattugiata oggi è presente in quasi tutti i ristoranti per la preparazione ormai di un piatto tipico sardo “spaghetti alla bottarga”. In quanto al vino che deve accompagnarla, bisogna escludere assolutamente i rossi che non legano a questo cibo nel modo più assoluto. La vernaccia, o un bianco ricco di corpo, è la sola che può accompagnarsi; bevete vernaccia subito dopo aver masticato bottarga e sentirete sapori incredibili che si liberano nel vostro palato.
Per conoscere bene la produzione e le caratteristiche di questo nostro meraviglioso prodotto e di chi dedica il suo lavoro alla preparazione della bottarga e degli altri derivati del muggine, è opportuno, vista anche l’evoluzione del mercato e delle esigenze dei consumatori, individuare con precisione produttori, trasformatori e commercianti che operano nel settore.
Il Nuovo Consorzio Pontis produce, trasforma e commercia bottarga proveniente dai muggini dello stagno di Cabras;
I fratelli Manca, da tempo, producono, trasformano e commerciano bottarga provenienti dai muggini dello stagno di Mistras.
Trasformano, come i primi, con i metodi tradizionali e nel rispetto delle disposizioni previste dalla legge, e commerciano bottarga ottenuta dai muggini anche: Giovanni Spanu & C Tradizioni Nostrane, Bottarga Gusti pregiati di Pinuccio Spanu, Ittica Cabras s.c.r.l. di Fausto Loddo, Cabras Bottarga di Antonello Satta e Vittorino Mirai Pescheria Antichi Sapori Sardi.

– Peschiera Mar’e Pontis nel 1962
– Alcune fasi della preparazione della bottarga: eviscerazione e stagionatura

Agricoltura

Il terreno pianeggiante, facilmente destinabile a diverse colture, il clima, lo sviluppo di una agricoltura intensiva e diversa hanno certamente contribuito a diminuire la diffusione e anche la persistenza della pastorizia nel nostro territorio.
Certamente l’allevamento della pecora ha costituito fino ad una cinquantina di anni fa l’attività lavorativa di diverse famiglie di Cabras. La vendita del latte di pecora per l’alimentazione diretta e soprattutto la preparazione di formaggi tipici hanno costituito l’attività principale. Oggi sono pochissime le famiglie che allevano ovini. Il latte viene conferito a grandi centri di trasformazione per la preparazione di formaggi quali il Pecorino Romano DOP, il Fiore Sardo e tanti altri.

La coltivazione del grano, un tempo diffusissima, nei terreni pianeggianti e su gli altipiani delle colline del Sinis, costituiva la più importante attività delle numerose famiglie di agricoltori a Cabras. Le specie più coltivate erano quelle del grano duro particolarmente adatte alla pastificazione e quelle del grano tenero per la panificazione.
La preparazione del pane ha una sua storia. Negli anni ‘50 del Novecento dominava nelle colline del Sinis una particolare cultivar chiamata “grano capelli”; era un grano duro la cui resa per ettaro era decisamente bassa, ma la farina che si otteneva, da noi destinata alla panificazione, dava al pane delle caratteristiche organolettiche eccezionali.
Il pane si preparava in casa settimanalmente. Settacciando la stessa farina in modi diversi, si producevano: “follittas”; “crivascius” e “farra impia o caccois”; pani diversi, piatti i primi, lievitati, spugnosi e grandi i secondi, bianchissimi e destinati a preparare pani decorati i terzi.
Non è mai esistito da noi il pane “carasau” ed è comprensibile, essendo la preparazione di questo tipo di pane legata al modo di vita del mondo pastorale. Gli agricoltori a Cabras rientravano ogni giorno in paese dal lavoro, non era quindi necessario produrre un tipo di pane a fogli privo di umidità e che potesse conservarsi a lungo nel tempo.
I tipi di pane prodotti erano legati anche a particolari momenti della vita familiare e sociale. Così in occasioni di feste e soprattutto matrimoni, la preparazione del pane era particolarissima e venivano confezionati “pezzi” che costituivano quasi delle opere d’arte. Ovviamente era la “farra impia”, la farina bianca quella che si prestava di più a fare quasi dei disegni e ricami, uccelli, palme o corone con il pane, che con la cottura acquistavano colore dorato e sapore gradevolissimo. Da noi a Pasqua “is caccois de anguias” erano regali preziosi per i bambini. Pani che contenevano delle uova, quasi opportunamente ricamati e belli che dispiaceva quasi mangiarli. Pare che anche questo tipo di confezionamento del pane abbia un’origine araba.
Possiamo dire che è dallo stato di necessità che si è formata una diversa arte creativa “effimera” che è stata motivo di orgoglio e vanto; arte che si manifestava soprattutto in occasione dei momenti cruciali dell’anno agrario o di quello pastorale, che ha segnato e segna ancora il giorno particolare, il rito o la festa.
Il grande antropologo Alberto Mario Cirese definisce il pane “uno dei tratti culturali più intrinseci e rappresentativi della condizione sarda”.
Valorizzare la tradizione, anche nella preparazione del pane può essere la strada da percorrere per quelle nuove produzioni che cercano una collocazione nel mercato.
La Sardegna è nel mezzo delle terre del Mediterraneo del grano e del pane. Il pane è “accaungiu”, è il più importante bene alimentare, fondamento della vita, da lui nascono idee e pratiche religiose che coinvolgono l’uomo.
Oggi, praticamente scomparsa la preparazione del pane nelle case sono i panifici nati in paese ormai da tanti anni, che provvedono alla panificazione per la popolazione.
Scomparso un antico panificio quello di Piero Pinna, oggi sono quelli di Bruno Peis (Antico panificio di Boiccu), di Giovanni Poddi, dei F.lli Casula e di Matta e Madori che stanno sul mercato non solo per la panificazione per Cabras ma anche per paesi vicini.
Ottima è la qualità del pane prodotto da parte di tutti, ed è apprezzabile il fatto che in occasione delle feste vengano riproposti i pani tradizionali di una volta.

Coltivazioni nel Sinis

Cambiati decisamente i tempi in cui era prevalente in pianura e nelle colline del Sinis la coltivazione dei cereali, oggi questi terreni ospitano vite e ulivo, mentre sull’altipiano prevalgono colture di grande pregio, quali il melone sardo, coltivato in asciutto o con un sistema di irrigazione particolarmente adatto, onde ottenere un prodotto fortemente apprezzato sui mercati per il suo sapore deciso e per il gusto prelibato. Il melone sardo inoltre si conserva bene nel tempo.
Altre colture riguardano i pomodori e l’ottimo carciofo spinoso sardo dalle caratteristiche organolettiche eccezionali. L’art.6 del Disciplinare D.O.P. cita: ‘…con le sue riconosciute peculiarità, trova il suo fondamento nel forte legame con il territorio isolano particolarmente vocato sia per le tradizionalitecniche di coltivazione che per le favorevoli condizioni pedo-climatiche e morfologiche. L’esistenza congiunta di tali fattori consente di ottenere un prodotto che si distingue, non solo per l’aspetto estetico, ma anche per le caratteristiche organolettiche quali la limitata astringenza, il sapore gradevole, frutto di un’equilibrata sintesi di amarognolo e dolciastro, e la tenerezza della polpa che ne favoriscono il consumo allo stato crudo.’
Si presenta di un colore verde scuro, violaceo, dal sapore meraviglioso, inconfondibile, che lega in bocca ma che gustato con olio extravergine di oliva esprime tutta la sua dolcezza. Ottimo come antipasto, tagliato a fettine e condito con olio e bottarga. Sono i nuovi giovani imprenditori agricoli di Cabras che stanno conquistando i mercati regionali e nazionali con i prodotti della nostra nuova agricoltura. Lo scopo principale dei nuovi agricoltori che vogliono costituirsi in consorzio e quello di portare avanti un Sistema Agricolo Locale che si propone di:

  • valorizzare i prodotti tipici locali,
  • studiare nuovi canali di distribuzione,
  • avviare nuove strategie di marketing,
  • favorire corsi di aggiornamento per gli operatori agricoli locali,
  • promuovere un marchio di qualità,
  • istituire un “portale agricolo”,
  • affrontare seriamente le problematiche inerenti il settore agricolo.

Si aprono in questo modo nuovi orizzonti per l’agricoltura del nostro territorio.

– Cesto con i tipici pani di produzione dei panifici locali
– Il “Carciofo Spinoso di Sardegna” proviene da coltivazioni dell’ecotipo locale “Spinoso Sasrdo” riconducibili alla specie
Cynara scolymus

Il Sinis è indubbiamente una delle zone più suggestive e significative della provincia di Oristano. Bene si presta ad essere “esplorata” da tutte le tipologie di escursionisti: esperti, principianti, scolaresche. La Coop. Penisola del Sinis e la Coop. Alea organizzano interessanti escursioni sia in inverno che in estate. Per gli amanti dell’avventura diversi e variegati sono gli itinerari percorribili in qualsiasi stagione dell’anno senza difficoltà, colorati dal rosa dei Fenicotteri e dal bianco delle spiagge di quarzo, che corrono nella fascia costiera dell’Area Marina Protetta, attraverso Cabras e le aree umide limitrofe, Tharros ed i siti di interesse archeologico. Inoltre un itinerario enogastronomico virtuale farà da guida alla scoperta di prodotti valorizzati anche sul mercato internazionale. Meta ideale per gli appassionati dell’archeologia, della natura e degli spazi incontaminati.

Gli itinerari vogliono offrire all’appassionato delle bellezze naturalistiche e paesaggistiche la possibilità di scoprire, anche con l’assistenza di esperti e competenti accompagnatori, luoghi splendidi e incontaminati, lontani dai soliti circuiti turistici. Attraverso la “visita guidata” un paesaggio non è soltanto il “contorno”, ciò che sta davanti agli occhi, ma il risultato di forze naturali, azioni, costrutti culturali, il volto visibile di mille e mille anni di storia. Sono previste inoltre visite per le scuole. Si intende così, dare un contributo attivo ai processi educativi che portano i ragazzi a comprendere la necessità di elaborare strategie di sviluppo sostenibile indirizzate alla salvaguardia delle risorse naturali e ambientali.
I percorsi proposti si snodano sull’orlo di una frastagliata scogliera imponente sul mare, che costituisce una sorta di vastissima terrazza panoramica su cui camminare. Molte sono le sorprese che si mostrano ai nostri occhi: le falesie di basalto, le spiagge bianche di quarzo luccicante, i vari colori delle rocce lavorate dall’acqua e dal vento, le lagune dell’interno animate dai fenicotteri rosa, fanno di questo tragitto uno scenario unico.

ITINERARI

ESCURSIONI GUIDATE

Le cooperative che operano nel settore del turismo, hanno studiato, per gli ospiti, degli itinerari che evidenzino l’espressività geologica, geografica, vegetale, faunistica dei luoghi visitati, mettendo contemporaneamente in relazione ad essi le costruzioni culturali che le società umane vi hanno iscritto. Scopriamo, dunque, le meraviglie della penisola del Sinis con nuovi itinerari, nuove soste da vivere in un’ottica diversa. Ambienti suggestivi e altri aridi e duri, saranno meta di visite guidate, si offriranno a rispettosi visitatori che sentono il fascino di una storia che non ha conosciuto soste o interruzioni significative come testimonia un territorio ricco di documentazione archeologica, caratterizzato da insediamenti sparsi fin dall’età arcaica. Le escursioni, inoltre, daranno il giusto rilievo alla cultura gastronomica tradizionale locale, che avrà modo di essere apprezzata nel modo migliore possibile

ITINERARI

ESCURSIONI GUIDATE
I vini e i piatti tipici sono uno dei simboli più pregnanti in cui si rispecchia la cultura locale, nel segno della tradizione e della cultura rurale, eredità del passato e al tempo stesso radici dalle quali traggono i modi alimentari moderni.
Ricca di elementi sani, genuini e di metodi di preparazione che, pur nella loro semplicità, ne esaltano i gusti, la cucina del Sinis si apre ai buongustai anche da queste pagine che consentiranno di individuare le aziende che producono alimenti tipici della zona e ci suggeriranno dove degustarli e dove acquistarli.
Puntare su percorsi enogastronomici potrebbe essere una delle soluzioni a quel tipo di strategia che voglia sostenere con nuove iniziative lo sviluppo turistico, presentando al mercato nuovi prodotti e sfruttando il posizionamento geografico per allargare la stagione turistica.

VISITE GUIDATE

Azienda Vinicola Contini
L’Azienda Vinicola Contini di Cabras offre l’opportunità a chi fosse interessato di una visita guidata gratuita della sua cantina, individualmente o in gruppi di 50 persone per volta. È consentita la visita ai vigneti. È consigliabile contattare la Signora Giovanna Manca due o tre giorni prima della visita. Sono possibili anche la degustazione dei vini e la vendita al dettaglio.
Apertura: dal lunedì a venerdì 8.30-13 e 15-18.

Cantina Attilio Contini
Via Genova, n. 48/50 – 09072 Cabras – OR
tel. +39 0783 290806      
fax. +39 0783 290182
e-mail: [email protected]
sito internet: www.vinicontini.it

Come arrivare
Se provenite da Cagliari o da Sassari, percorrete la SS 131 e imboccate l’uscita per Oristano Nord. Seguite le indicazioni per Cabras (che dista circa 10 Km) e appena entrate nel paese di Cabras, troverete i cartelli che indicano l’Azienda Vinicola Contini. Se provenite dalla direzione Nuoro-Olbia, percorrete la SS 131bis fino a che non si congiunge con la SS 131 Cagliari-Sassari. Procedete in direzione Oristano per circa 25 Km, imboccate l’uscita per Oristano Nord e seguite le indicazioni per Cabras e i cartelli che indicano l’Azienda Vinicola Contini.

Azienda Vinicola e Olearia Atzori
L’Azienda Vinicola e Olearia Atzori è disponibile per visite guidate su appuntamento; è possibile visitare la cantina, l’oleificio e i vigneti. Si consiglia di contattare l’azienda con qualche giorno di anticipo. Sono inoltre possibili la degustazione dei vini, dell’olio  e la vendita al dettaglio.
Apertura: dal lunedì a venerdì 8.30-12.30 e 15-18; il sabato solo al mattino.

Azienda Agricola FRANCESCO ATZORI & C. s.a.s.
Strada Prov.le n. 4 Km. 2+500 – 09072 Cabras – OR
tel. +39 0783 290576      
fax. +39 0783 392231
e-mail: [email protected]
sito internet: www.vitivinicolatzori.it

Come arrivare
Se provenite da Cagliari, seguite la SS 131 per circa 100 Km. Imboccate l’uscita per Oristano Nord e seguite le indicazioni per Cabras (che dista circa 10 Km). Appena entrate nel paese di Cabras, seguite i cartelli che indicano l’Azienda Vitivinicola ATZORI.
Se provenite da Sassari, seguite la SS 131 per circa 110 Km. Imboccate l’uscita per Oristano Nord e seguite le indicazioni per Cabras (che dista circa 10 Km). Appena entrate nel paese di Cabras, seguite i cartelli che indicano l’Azienda Vitivinicola ATZORI.
Se provenite dalla direzione di Nuoro-Olbia, seguite la SS 131 bis fino a che non si congiunge con la 131 Cagliari-Sassari. Procedete in direzione Oristano-Cagliari per circa 25 Km, poi imboccate l’uscita per Oristano Nord e seguite le indicazioni per Cabras (che dista circa 10 Km) e i cartelli che indicano l’Azienda Vitivinicola ATZORI.

Il pescaturismo rappresenta una nuova e diversa opportunità per rivalutare l’attività della pesca e dare un significato più ampio al lavoro del pescatore professionista. L’attività è regolata dal D.M. 13.04.99 n. 293 nell’ottica della divulgazione della cultura del mare e della pesca e di tutte le attività finalizzate alla conoscenza e alla valorizazione dell’ambiente costiero. Il pescaturismo mira a promuovere un turismo alternativo teso a valorizzare la bellezza e le straordinarie risorse del mare, ma anche a favorire un corretto approccio alla natura. Inoltre consente di tutelare maggiormente le risorse marine e di educare a una corretta fruizione delle stesse. Attraverso il pescaturismo si vuole così diminuire lo “sforzo di pesca”, offrendo ai pescatori la possibilità di sopperire con un reddito alternativo alla diminuzione degli introiti derivanti dalla pesca attiva, ed al contempo favorire lo scambio tra il mondo della pesca e quello del turismo, della cultura e delle tradizioni.
A questo proposito il Comune di Cabras, Ente Gestore dell’Area Marina Protetta “Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre”, nell’ambito delle azioni di tutela e valorizzazione ambientale dell’area marina protetta, è intervenuto negli anni per sviluppare l’attività del pescaturismo. Attivato a partire dal 2003, con un “Intervento per la riduzione dello sforzo di pesca attraverso l’attività di pescaturismo”, e successivamente potenziato con l’intervento “Pescaturismo di qualità”, finalizzato all’adeguamento funzionale ed estetico delle imbarcazioni da pesca, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di lavoro a bordo degli operatori marittimi, nonchè l’immagine dell’attività di pescaturismo attraverso azioni promozionali di qualità.
Il pescaturismo rappresenta una proposta concreta per rispondere all’esigenza di diversificazione della pesca all’interno dell’area marina protetta, dove le eccezionali bellezze paesaggistiche e le peculiarità geomorfologiche offrono uno scenario ideale per vivere l’emozione della pesca. Si offre così al visitatore la possibilità di inserirsi in maniera armonica nel contesto locale, valorizzando e riscoprendo la realtà sociale ed i luoghi più suggestivi del nostro territorio, la bellezza delle calette nascoste, il fascino di un’escursione nottturna e delle tradizioni locali.

M/B ONDA
Comandante:
Antonio Meli
Via Carlo Alberto, 78 – Cabras
Tel: 328 7254609
E-mail: [email protected]
Orari: partenza e rientro dal Porticciolo di Torre Grande. Orario da concordare.

M/B QUEEN OF THE SEA
Comandante: 
Antonino Sechi (Tolenga)
Via Garibaldi, 57 – Cabras
Tel: 0783 290990 – 368 3767229
E-mail:[email protected]
Sito web: www.theseaworld.it
Orari: partenza e rientro dal Porticciolo di Torre Grande. Partenza ore 09:00 – rientro ore 18:00.

M/B MARIA LAURA
Comandante: 
Aldo Caddeo
Via Coghinas, 9 – Cabras
Tel: 0783 392259 – 347 7796840
E-mail:[email protected]
Orari: partenza su prenotazione da Putzu Idu e dal Porticciolo di Torre Grande. Rientro nella stessa località di partenza. Orario da concordare.

M/B SAN GIOVANNI
Comandante: 
Stefano Paolo Atzei
Corso Umberto, 143 – Cabras
Tel: 346 2295180 – 347 1784977
Orari: partenza su prenotazione da Putzu Idu e dal Porticciolo di Torre Grande. Rientro nella stessa località di partenza. Orario da concordare.

M/B TARABELLA 2
Comandante: 
Giorgio Piras
Via Kolbe, 53 – Cabras
Tel: 333 3549835
E-mail:[email protected]
Orari: partenza e rientro dal Porticciolo di Torre Grande. Orario da concordare.

M/B GINO
Comandante: 
Gino Simbula
Via Kennedy, 3 – Cabras
Tel: 0783 292041 – 346 6077733
E-mail:[email protected]
Orari: partenza e rientro dal Porticciolo di Torre Grande. Orario da concordare.

M/B NARCIDA
Comandante: 
Sandro Pisano
Via Nuoro, 26 – Nurachi
Tel: 0783 411679 – 338 9997176
E-mail:[email protected]
Orari: partenza e rientro da Su Pallosu. Orario da concordare.

M/B ANDREA JUNIOR
Comandante: 
Fabrizio Carta
Via Marco Polo, 2 – Baratili San Pietro
Tel: 348 7401013
Orari: partenza e rientro da Su Pallosu. Orario da concordare.

M/B INDIA
Comandante: 
Salvatore Cadelano
Via Molineddu, s.n. – Terralba
Tel: 340 2705060
Orari: partenza e rientro dal Porticciolo di Marceddì. Orario da concordare.

(c) Area Marina Protetta “Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre”
per ulteriori informazioni: www.areamarinasinis.it

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